22.12.2018 il diario di Q.

Stavo cercando il post di Michela Murgia online, quello che ha scritto poco dopo la giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Quello che paragona i maschi ai figli dei boss mafiosi.

Cercandolo, Google mi propone una serie di titoli un po’ allucinati di testate più o meno conosciute.

<<Il minchiometro della Murgia>> su VoxNews; <<Murgia, insulto choc ai maschi: “Come i figli dei boss mafiosi”>>. E tutta la prima pagina di ricerca di Google è una raffica di titoli simili. Il post ha fatto discutere parecchio, e soprattutto, ha generato una massiva levata di scudi dei maschi. Poveretti. Adesso ce l’hanno tuttɜ con loro.  

Una donna che inveisce è ancora additata, quindi. Basta andare a leggere i commenti sotto il post, e qualcuno degli articoli che cito poco sopra.

Se ti azzardi a mostrare il marcio del sistema in cui vivi, anche quegli uomini che dicono di essere “femministi” si tirano indietro. Con argomenti come “Non tutti gli uomini picchiano le donne” e “Che ognuno risponda per sé”.

È vero che “non tutti gli uomini”, è vero anche, però, che sono gli uomini.

Lo so che rischio di essere ripetitivə, ma credo fermamente che serva sottolineare e problematizzare queste posizioni, altrimenti non ne se ne esce vivɜ.

Per me il paragone della Murgia è estremamente calzante. (Qui il post in questione)

L’eteropatriarcato è un sistema così permeante il nostro modo di vivere che non riusciamo neanche quasi a vederlo. Lo stesso silenzioso ma potente in cui opera la mafia. O, se per un attimo abbiamo un guizzo e ci si aprono gli occhi, non pensiamo neanche sia davvero un problema. In fondo, è da sempre stato così, no?

Nascere maschi non può essere una colpa. Non è una scelta, è un dato biologico.

Il problema, infatti, sta nella nostra società: perché il nostro sistema culturale non si ferma al semplice dato biologico, dal momento in cui  dal tuo sesso dipendono anche le possibilità che hai. Riconoscere ciò non è semplice da fare, ma se lo si fa si è già a metà dell’opera. Come si dice, appunto, riconoscere di avere un problema è il primo passo per risolverlo.

A questo punto, come anche la Murgia ci ricorda, abbiamo tre possibilità: tradire il boss, diventare il boss, o rimanere per sempre il figlio del boss.

Come la mafia, il maschilismo si nutre dell’omertà, del silenzio di chi subisce e quindi perpetua questo meccanismo. Chi non si ribella diventa complice, quindi responsabile a propria volta di ciò che succede. È questa la colpa di cui ci parla Michela Murgia. Il silenzio e l’indifferenza. Il “Non sono mica stato io. Non mi sono mai azzardato a torcere i capelli a mia moglie/figlia/sorella/madre.” non è più sufficiente come scusa per non agire. Quasi ogni giorno il nostro feed delle notizie (almeno il mio, e se il vostro non lo è, rivedetelo) è pieno di donne che vengono uccise, picchiate, stuprate, da uomini: per gelosia, per possesso, perché una donna vuole autodeterminarsi.

Dissidenza, dunque. Niente più silenzio.

Servono più post come quelli di Michela Murgia; servono più voci, unite, contro questo sistema normativo patriarcale, che ci vuole tuttɜ piegatɜ ad una logica di sottomissione alla norma.  Servono più storie, serve che queste storie emergano e prendano la voce che spetta loro.

E la nostra terra, la Sicilia, ci dà esempi lampanti di ciò:  Peppino Impastato. La sua storia dovrebbe esserci da esempio. Lo so, non gli è andata bene, ma lui era da solo.

Unitɜ, invece, si può avere la meglio.

Q.

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