24/11/2018 Il diario di Q.

Stasera mi gira coi Depeche Mode.
“…Oh, girl!/Lead me into your darkness!/When this world/ is trying its hardest/to leave me unimpressed/just one caress/from you and I’m blessed…”.

Giusto una carezza per Dave Gahan. Un contatto fisico, semplice ma immediato, che può mettere in moto una marea di reazioni. Prima di tutte quelle proprie dei sensi. Contatto, tatto, midollo spinale, talamo e su fino alla corteccia. Nessun filtro. Il contatto sta lì, lo stimolo diventa cosciente, viene percepito. Poi giù, tutta una serie di reazioni e riflessi, consci ed inconsci. E tutto in meno di un secondo.

Un contatto, un sapore, un profumo, un suono o una visione. O tutto insieme. Una percezione, ed in noi si scatena il desiderio.

Dal latino, “de-“, particella privativa, e “sidera”, stelle. Quindi, “mancanza delle stelle”, che per gli antichi erano il mezzo attraverso il quale orientarsi durante la notte. La presenza del desiderio implica quindi la mancanza di orientamento, la loro perdita e, dunque, uno spostamento fisico (ma anche metaforico, a questo punto) al buio. Magari con una meta, ma in assenza degli strumenti per arrivarci. O, meglio, dei mezzi comuni per arrivarci: da qui l’inizio di una ricerca appassionata per arrivare a questa meta, appunto. Quindi arrivare alla fine di questa strada senza indicazioni?

Oggi mi chiedo se la meta davvero esista o sia solo una costruzione che ho in testa, un puzzle che tento di attaccare addosso allə destinatariə del mio desiderio. E, più che accidentalmente, mi rendo conto che qualche tessera non si inserisce proprio bene, devo tentare di mettercela a forza, oppure non c’è proprio verso di incastrarla.
Perché fino ad ora ho pensato al desiderio in questo modo? Perché ho ritenuto il desiderio assoluto e statico, e quindi appena lo avvertivo sentivo la necessità di renderlo unico ed inamovibile.

Sono cresciutə e mi sono resə conto a mie spese di come, invece, il desiderio e la ricerca di questa meta siano tanto appassionati quanto cangianti. Ho perso l’orientamento, mi muovo alla cieca, a tentoni. A volte trovo un sentiero che non so dove mi porterà, altre volte dei rovi dai quali voglio allontanarmi.
E questo continuo movimento mi porta a destinazioni diverse, a destinatarɜ diversɜ, a volte solo per una notte, altre volte per più tempo. Ciò, però, mi permette di aggiungere tessere al mio puzzle, di costruire il mio desiderio e quindi di conoscerlo, di diventare via via più consapevole.

A volte mi è capitato di scambiare il desiderio con la voglia di possesso. Possesso carnale, possesso emotivo, possesso intellettuale. Sentire ə destinatariə del mio supposto desiderio allontanarsi da me mi ha reso vulnerabile, rabbiosə, triste, ancora più persə rispetto a me stessə, convintə di aver smarrito la meta.
Ma se tuttɜ siamo alla ricerca della nostra meta, di quelle tessere mancanti, allora saremo in un eterno movimento. Una lunga ed infinita danza alla ricerca delle tessere del nostro puzzle che forse non sarà mai completo. Una danza che porta ad avvicinamenti ed allontanamenti, che può essere in singolo o in doppio, o anche in triplo, quadruplo… Una coreografia talmente personale ed intima da non poter essere stabilita per tuttɜ, ma che tuttɜ improvvisano.

Ho capito che per accogliere il desiderio devo lasciare aperte le porte, gli orizzonti, gli occhi. Devo lasciare andare chi ha desiderio di allontanarsi ed andare incontro a chi si avvicina, quando i desideri coincidono.
Soprattutto, devo lasciare andare tutto ciò che razionalmente mi ancora ad un suolo che mi vuole fermə, impassibile, immobile. Eraclito diceva “Panta Rei”, tutto scorre, e mi duole ammetterlo, non posso fare nulla per fermare questo flusso. Posso opporre tutta la resistenza di cui sono capace, ma sarà uno sforzo vano e frustrante.
Non mi resta altro che sentire.
“I feel you/Your sun it shines/I feel you/Within my mind…”. Sì, stasera mi gira decisamente con i Depeche Mode.

E dal momento che sento, che vado al buio, a tentoni, come faccio a dire prima che qualcosa non fa per me? Devo provare prima a sentire, a percepire, a sentir scorrere sotto la mia pelle le sensazioni che un contatto, un sapore, un profumo, una musica o una visione (o tutto insieme) mi danno; e come faccio se non mi concedo la possibilità di provarle, di sperimentarle? Se non mi do la possibilità di lasciare andare il mio raziocinio e di approdare su una terra sconosciuta come posso fare a dire che la tessera mancante del mio puzzle non sia proprio quella?

Mentre chi cerca di possedere afferra, chi desidera lascia andare.
Lascia andare tensioni, controllo, ancore e timone per sentire e percepire, per provare sensazioni e muoversi liberamente all’interno del proprio desiderio. Non anela al posseso, ma al sentire del momento.
Anela alla libertà.

Q.

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: