25.04.2020 – Il diario di Q.

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di Michele Dello Spedale Venti

25.04.2020

Oggi scrivo in una giornata particolare, quella del 25 aprile, in cui si festeggia la Liberazione dal nazifascismo.
Giornata importante storicamente.
Probabilmente, se non ci fosse stata quella Liberazione, oggi staremmo vivendo qualcosa come ciò che viene narrato in una serie TV, “The Man in the High Castle” (che se non conoscete vi consiglio!). Serie TV in cui i protagonisti e le protagoniste si trovano a vivere sotto l’egida dell’alleanza tra Germania nazista e Giappone qualche anno dopo la II Guerra Mondiale.

La prima canzone che ho messo stamattina appena svegliə è stata “Bella ciao!”, quella canzone così odiata dalle destre che si ostinano ogni anno a voler ridiscutere sempre su questa giornata. E invece sento esponenti politici che vogliono sostituirla con la “Canzone del Piave”. Bella, per carità, ma non credo rispecchi lo spirito partigiano e le lotte che il movimento partigiano ha combattuto, ma soprattutto non credo ne rispecchi gli ideali che portavano avanti. “Bella ciao” è conosciuta in tutto il mondo e in tutto il mondo rappresenta esattamente la stessa cosa:

un inno alla libertà.

Quella del 25 aprile viene considerata una festa “divisiva”. Credo anche io sia divisiva: aiuta a capire subito chi è fascista. Un po’ come quelle frasi che si sentono spesso “Non sono razzista, ma…”, “Ho tanti amici gay, ma…”, seguite da un’accozzaglia di roba razzista e omofoba rispettivamente.
Così sento spesso dire che la questione del fascismo sia superata, che è anacronistico parlare di Resistenza e fascismo, che ormai non se ne può più parlare, perché non esistono più, perché è superato, perché è qualcosa di vecchio.
Per fortuna per il momento è un ricordo, per quanto molti partiti e politici negli intenti e negli ideali parlino praticamente alla stessa maniera: basti pensare a quando Salvini invocava pieni poteri. In Ungheria, per esempio, Orbàn questi pieni poteri li ha avuti grazie a questa emergenza dovuta al Coronavirus, e una delle prime cose che ha fatto è stata andare ad intaccare i diritti delle persone transgender (qui).

E mentre in Ungheria succede questo, a Napoli, durante la II Guerra Mondiale, a scendere fianco a fianco dei partigiani e a fare la Resistenza c’erano i “femminielli” (qui), quegli uomini che si truccavano e abbigliavano come donne, e che in qualche modo, sebbene con molti limiti, erano “integrati” nella società e facevano parte della cultura napoletana.

Vi chiederete, forse, come mai oggi mi stia focalizzando su questa ricorrenza mentre di solito parlo di non-monogamie, di questioni transfemministe, di questioni di genere. La risposta è presto pronta: lo faccio perché penso che tutte queste questioni e queste lotte, queste resistenze, hanno tutte un filo comune e viaggiano sugli stessi binari.
I binari dell’antifascismo non possono essere tali senza che si seguano anche quelli dell’antirazzismo, della lotta all’omo-bi-transfobia, delle lotte transfemministe.

Ebbene sì, credo ci sia un germe ancora più subdolo e più insidioso di ciò che era palese con il fascismo, che è quello della norma. Norma non si sa bene dettata da chi (o forse si fa finta di non saperlo) ma che ci tiene tuttɜ legatɜ a concezioni normative date quasi come innate, ma che di innato non hanno nulla se non l’essere profondamente frustranti per tuttɜ quellɜ che non riescono a rientrarvi (e anche per chi si forza ad indossare quegli abiti).

Scrivo anche per ricordare a tuttɜ quellɜ che si definiscono antifascistɜ che ad oggi non è più abbastanza parlare di vecchi ricordi e commemorare ciò che appartiene al passato.
La situazione in Europa è molto pericolosa: a parte Orban, basti guardare l’Italia. Basti guardare a Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa che ancora si permettono di voler sostituire la Festa della Liberazione con la “Giornata del ricordo delle vittime di tutte le guerre e del Coronavirus”, cancellando un importante pezzo di storia, cancellando quegli ideali.
Ed è così che agisce quel germe di cui parlavo prima: schiacchiando tutto nello stesso contenitore, facendo in modo che tutte le vite e tutte le morti siano identiche, fingendo che tuttɜ nasciamo allo stesso modo, con le stesse fortune e le stesse possibilità.

Concludo questo pezzo rifacendomi ad un pezzo di uno dei romanzi di Italo Calvino, “Il sentiero dei nidi di ragno”, per rimarcare ancora una volta che no, non tuttɜ siamo uguali, che c’è una parte giusta ed una sbagliata della storia. E che io voglio stare proprio dalla parte giusta.

“C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni”

I “Femminielli” di Napoli impegnati nella resistenza.

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