25.05.2019 Il diario di Q.

di Michele Dello Spedale Venti

25.05.2019

Questa volta mi tocca fare un salto nel passato.

Non moltissimo tempo fa ero unǝ di quellɜ che guardava il mondo con gli occhiali offuscati da pregiudizi e stereotipi. Guardavo il mondo dividendo, categorizzando, schematizzando, insomma, facendo tutto quello che unǝ adolescente cerca di fare per non essere l’esclusǝ.

Guardavo i ragazzi effeminati e, se capitava, mi univo alle prese in giro deɜ mieɜ amicɜ; le ragazze troppo mascoline per me non avevano capito come attrarre i ragazzi, perché non erano abbastanza femminili. Questo meccanismo lo adoperavo per paura di essere esclusǝ, isolatǝ, dell’immediato passaggio dalla posizione delǝ privilegiatǝ a quella delǝ perdente.

Sì, da questo punto di vista sono statǝ fortunatǝ, dato l’anonimato di cui godevo da adolescente: non davo troppo nell’occhio, ero quello che studiava il giusto, faceva sport, insomma, unǝ qualunque, e quando si passava alle dolenti note della sessualità riuscivo benissimo a dissimulare, fingendo di essere eterosessuale. Che poi, comunque, dicevo di essere attrattǝ da qualcunǝ che non ricambiava, quindi non ero neanche costrettǝ ad espormi.

Arriva il momento dell’università e fortunatamente mi allontano, neanche di tanto, dal suolo natìo. Finalmente devo essere io ad organizzare la mia vita, devo iniziare a fare le mie scelte, ma soprattutto, finalmente lontanǝ da sguardi indiscreti posso esplorare le mie pulsioni, quelle che mi vengono da dentro. Peccato che non sia sempre tutto così semplice.

Gli occhiali erano ancora molto offuscati.

I ragazzi effeminati rimanevano i finocchi da cui stare lontano “che se passa qualcunǝ che mi conosce poi come mi giustifico”. Certo, perché nella mia testa dovevo giustificarmi, e non solo dovevo giustificare il fatto di essere in compagnia di qualcunǝ; dovevo giustificare anche la sua esistenza, e, di conseguenza, la mia.
Non solo, avvicinarmi a qualcunǝ con un modo così diverso di fare dal mio metteva in discussione il concetto stesso che avevo di genere e gli stereotipi sui quali mi ero costruitǝ la mia maschera. E abbandonarla poteva essere doloroso, trasformandomi nel nervo scoperto di un dente rotto.

La vera paura che avevo era quella nei miei confronti di me stessǝ e di ciò che sono.
Analizzando meglio quella sensazione, però, il termine paura è inesatto.

Non c’era nulla che minacciasse direttamente la mia vita. Era il sentimento di chi non vuole esporsi per dire che si può esistere anche in modo diverso, che esponendosi ci si mette a nudo, ma soprattutto si ha la libertà. Grosso problema questo, dato che a quel punto, per scegliere, si deve improvvisare e capire realmente cosa si sente, senza avere più i consueti punti di riferimento.

Sì, togliendomi quegli occhiali, lentamente, mi sono ritrovatǝ a mettere in discussione molti miei modi di fare, molti modi di vivere e molte scelte che, tenendo quelle lenti, avrei forse fatto ciecamente, senza rendermi nemmeno conto di cosa realmente fossero.
Ho iniziato a guardare il mondo per quello che poi, in fin dei conti, è: un luogo in cui sei l’outsider se stai fuori dagli schemi che ti vengono imposti fin dalla più tenera età.
E se sei l’outsider, tutto è permesso su di te, sul tuo corpo e sulla tua persona, diventando qualcosa di meno di una persona.

Basta, invece, aderire alla maggioranza: ci penserà lei a scegliere cosa è giusto per te, per il tuo corpo, per la tua affettività, per la tua sessualità. Tu, da solǝ, non sei adattǝ a scegliere per te. Non sta a te decidere, te lo dicono ɜ altrɜ.

Il 17 maggio è l’IDAHOBIT (“International Day Against Homophobia, BIphobia, Transphobia). Cade esattamente nel giorno in cui l’OMS ha deciso di eliminare l’omosessualità da quel “bel” catalogo conosciuto come DSM (il manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali).

E chi o cosa aveva deciso che l’omosessualità era una malattia mentale? E perché ad un certo punto non è più considerata tale?

Buttiamo quegli occhiali e iniziamo a vedere, per davvero.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Interessante riflessione. Il percorso che molti di noi hanno fatto descritto con estrema lucidità e con parole semplici. Ho buttato i miei occhiali una trentina di anni fa ma so che il percorso di liberazione dal pregiudizio e dai pregiudizi non è facile.

  2. Mauro, ti ringrazio molto per aver commentato e mi scuso per averci messo così tanto a rispondere.
    Con questo articolo non voglio generalizzare sul discorso dell’omofobia: quello è un campo molto più psico-sociologico, credo.
    Quello su cui ho cercato di concentrarmi è la questione dell’omofobia interiorizzata e di tutti quei meccanismi che spesso si mettono in atto per auto-sabotarsi, abituat3 a pensare di essere sbagliat3 solo per il fatto di amare una persona del nostro stesso sesso.

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