26.01.2019 Il diario di Q.

di Michele Dello Spedale Venti

26.01.2019

Il sesso. Che “invenzione” meravigliosa.

Contatto, sudore, respiri, corpi. Endorfine, alla fine. Che ci fanno dimenticare di tutti i problemi che abbiamo, per un po’. Il perché resti una tematica insidiosa da affrontare per me è quasi incomprensibile.

Capisco che parlare di argomenti così intimi possa essere difficile, soprattutto nella società in cui ci troviamo a vivere, società che si dimostrava ritrosa e scandalizzata dal parlare di sesso, e che oggi da un lato sembra andare in direzione contraria (il porno è alla portata di tuttɜ, abbiamo tuttɜ uno smartphone e una connessione ad internet, e conosciamo abbastanza bene le dinamiche di molte app di dating, quando ti mandano una fotocazzo spesso non gradita, per dirne una), ma che mostra ancora molti residui di sessuofobia: perché il sesso è bene farlo, altrimenti sei unǝ sfigatǝ, ma guai a parlarne, soprattutto se sei una donna (manco a dirlo)!

Voglio un attimo tornare indietro, partendo dal mio vissuto. Mi è successo diverse volte di parlare di Pride con persone dei più svariati orientamenti sessuali, e, casualità vuole che spesso e volentieri le critiche, mosse per la maggior parte da etero (ma anche la quota gay non manca), riguardassero la presenza di nudità, di “culi per aria”, di “spogliarellisti praticamente nudi”, e avanti così. Appunto, l’elemento disturbante sembrerebbe essere quello legato alla nudità e alla sessualità espressa. Ovviamente, parliamo della sessualità non canonica, quindi quella rappresentata da uomini con altri uomini (quella delle donne con altre donne non la cito solo perché ai maschi etero piace, ndr). E nessunǝ sa rispondere, poi, nel merito di altri generi di nudità e sessualità esposte anche in modo piuttosto martellante e continuo dai media. Basti pensare agli show televisivi in cui ballerine praticamente nude vengono offerte agli occhi degli uomini negli intermezzi non occupati da altri uomini che conducono la trasmissione.

Quel genere di nudità di genere (scusate il gioco di parole) è ormai normalizzata, tanto da non destare alcuno scalpore. Ma se ci sono due uomini nudi, che magari limonano duro, mi viene da pensare ad Helen Lovejoy che chiede a gran voce: “Perché, perché nessuno pensa ai bambini?”.

Questo genere di sensualità e di sessualità, appunto, è normalizzata proprio perché ad appannaggio di una categoria, quella dei maschi cis-genere eterosessuali, e sempre dello stesso costrutto sociale, l’eteropatriarcato.

Anche il sesso lesbo è fatto per loro. Pensato, costruito e svenduto per maschi eterosessuali. A dirlo non sono soltanto io, ma anche tante amiche lesbiche che non ne usufruiscono proprio perché descritto come “surreale” (cit.).

La sessualità non canonica, quindi, e di conseguenza tutto lo spettro costituito da orientamenti sessuali e pratiche che deviano dalla consueta e tanto cara norma, stanno ai margini. Non solo in quanto ad espressione, ma anche ad accettazione di pratiche e sessualità diverse e diversificate.

Foucault ne parlerebbe in termini di “scienza della sessualità”1. Infatti, sosteneva la sostanziale differenza nell’approccio al sesso ed alla sessualità in Occidente ed in Oriente.

Qui, tra noi che ci riteniamo tollerantɜ e apertɜ, quella che si è sviluppata è stata una “scienza della sessualità”: uno studio meticoloso e preciso delle manifestazioni di questa intimissima e personalissima esperienza, che ben presto è diventata una categorizzazione ed una patologizzazione di tutto ciò che non era considerato “normale” (e mi/vi ripongo la domanda: cosa è normale?).

E anche io sono passatǝ, all’inizio della mia personale esplorazione dalla parte di chi storceva il naso.

Dalle pratiche più innocue come il naturismo a quelle più “estreme” e kinky come quelle variegate del BDSM o del sesso di gruppo, pensavo si trattasse dell’estremizzazione di un qualcosa che doveva necessariamente, invece, rimanere canonico, intimo, assolutamente delicato e, soprattutto, privato. Parlare delle proprie fantasie sessuali mi è sempre sembrato estremamente sbagliato, avventato, provocatorio e completamente privo di alcuna necessità.

Vita pubblica e vita privata dovevano rimanere per me assolutamente separate. Un po’ come dicono gli omofobi: “Facciano quello che vogliono, ma mi fa schifo vedere due maschi che si baciano in pubblico! Facessero quella roba a casa loro!”. Chissà come mai. Forse perché proprio un atto del genere mette in crisi l’idea di maschio e di maschile che costoro hanno. Se è possibile che ne esista più di una (o forse nessuna) tutto ciò in cui credono crollerebbe.

Poi, qualche tempo fa, ho colto e capito l’importanza del parlare di sesso e di sessualità. E, perché no, della propria esperienza e dei propri desideri.

Ho imparato che il personale è politico e che i cambiamenti, quelli che possono tentare di essere più duraturi, vengono dal basso e vanno conquistati con tempo, pazienza e dedizione. E quindi se io inizio a parlare alla mia piccola o grande bolla di chi sono, dei miei desideri e di tutto ciò che ci sta attorno avrò potuto tentare di cambiare anche solo una delle persone che mi circonda, allora posso dire di aver cambiato qualcosa.

A chi dice che il sesso deve essere legato a dei sentimenti, che ci si deve vergognare del proprio piacere, che è bene che quello stia rinchiuso tra le quattro mura della camera da letto (magari in silenzio, altrimenti ɜ vicinɜ si shockano) rispondo che il sesso è bello.

Che il sesso è conoscenza dell’altrǝ. È annusarsi, è toccarsi, è gustarsi, è udirsi, è vedersi, sotto una prospettiva del tutto nuova e anche, secondo me, più “autentica”.

Dovremmo tuttɜ gioire del sesso e delle sue gioie. Farlo, farne tanto quanto ce ne va e prenderlo davvero molto meno sul serio: insomma, sì, c’è davvero tanto nel sesso, un potenziale immenso, ma alla fine dei conti è un gioco. Giocare con le proprie sensazioni, con i propri sensi: giusto così, penso, possiamo riuscire a godercelo di più.

  1. Michel Foucault, La volontà di sapere, Storia della sessualità 1,Diciottesima edizione agosto 2014, Feltrinelli.

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