29.11.2020 MALANIMA Il diario di Q.

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di Michele Dello Spedale Venti

29.11.2020

Venerdì scorso è stato il TDoR, il Transgender Day of Remembrance, giornata dedicata alle vittime della Transfobia.
Oggi non voglio occupare troppo spazio. Per quanto io sia Q, come ho già detto precedentemente, a volte devo uscire da Q ed essere me stesso. Mi sento di dare spazio a chi spesso spazio non ce l’ha. In questo caso si tratta di Milo, un ragazzo trans che conosco e che ha ben chiare molte dinamiche. Il mio voler dare spazio a lui è un modo per dare spazio a voci che spesso non ne hanno o ne hanno troppo poco. Voci che quest’anno, come negli anni passati, purtroppo, si sono spente troppo presto a causa della violenza di questa società.
E quindi è bene per me fare un passo indietro e dare sostegno a queste voci. Vi lascio a:

MALANIMA

Scrivere del #TDoR2020 nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne non è per niente facile, soprattutto se il buongiorno te l’hanno dato i social con:
– una shitstorm contro una donna trans;
– spiegazioni sparse e soprattutto “a cazzo di cane” su chi sono mai le persone trans;
– un uomo cisgender che spiega alle donne cosa vuol dire avere il ciclo; 
– donne che invitano altre donne alla prudenza perché non capiscono che gusto c’è a fare certe cose – foto e video di adulti consenzienti che scopano tra di loro, tipo – e che poi, facendo quello che si chiama “victim-blaming”, saranno pronti a dire di non rompere le balle se si viene scoperti perché “ve la siete cercata”.

Sì, lo so: in poche righe ho utilizzato svariati termini complicati e che forse non avete mai sentito, magari vi aspettate un glossario. Non so, forse lo aggiungerò alla fine, voi nel dubbio, mentre leggete, potete pure prendervi una pausa, cercare su Google e poi ricominciare la lettura da dove avevate lasciato.

Sembra una risposta acida e in effetti un po’ lo è: lo chiamano “minority stress”, ed è un altro termine che dovreste cercare, ma stavolta vi aiuto io. È lo “stress da minoranza”, ovvero il senso di sconforto, rabbia e tante altre emozioni negative che assalgono le persone che, facendo parte di una minoranza, subiscono pressioni, stigmi, discriminazioni, minacce.

Essere esposte quotidianamente e più volte anche in un solo giorno a insulti o disumanizzazione può portare le persone a reagire in una maniera che appare scomposta, a volte anche aggressiva. E se vi sembra un paradosso è perché lo è. Ripeto: sì, lo è.

Quando leggi ogni giorno insulti contro le donne trans.
Quando leggi che gli uomini trans sono lesbiche che non si accettano.
Quando leggi ogni giorno che qualcunə viene non selezionatə per un colloquio, licenziatə, derisə, picchiatə, cacciatə di casa, uccisə, vi chiedo:

Hai voglia a moderare i toni, o di fare tone policing (cercate anche questa)!

Il TDoR però ve lo racconto io. È il Transgender Day Of Remembrance, istituito nel 1999 in memoria di Rita Hester, una donna trans afroamericana assassinata in Massachusetts l’anno prima. Da allora in quasi tutto il mondo si celebra il ricordo delle vittime di transfobia con una veglia in cui si accendono candele e si recitano i nomi delle persone decedute. E la lista è lunga.

Quest’anno sono state 350 in tutto il mondo, con un aumento del 6%, che fa paura ma non stupisce vista la regressione culturale in atto e che, manco a dirlo, si riversa sulle fasce più fragili della popolazione mondiale. In cima a questa funerea classifica a livello mondiale c’è il Brasile di Bolsonaro, quello che un paio di settimane fa ha esortato il paese ad affrontare il COVID da veri uomini e non da “maricas”, finocchi. 

E l’Italia? Non vi preoccupate che quando c’è da spartirsi qualche figura di merda siamo sempre in prima fila: il titolo europeo è nostro e quest’anno abbiamo fatto anche un bel +4 rispetto al solito.

Mi rendo conto che ho occupato quasi tutto lo spazio concesso con una narrazione negativa, ma come potrei sorridere di fronte a un necrologio? Però so anche che, dopo tante lacrime e sangue, ci può essere un lieto fine, quindi non mi sottraggo: sentirsi chiamare per la prima volta “Fratè” proprio il 20 Novembre forse è stato casuale, ma è stato veramente bello. Non è un eroe mio fratello a chiamarmi fratello, è “un essere umano decente” (Anne Hataway), ma purtroppo questa decenza manca ancora a troppe persone.

Non lasciamo al caso le esistenze altrui. Solo così leggeremo sempre meno nomi su quella lista.

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