29.12.2019 il diario di Q.

  • Post Comments:0 Commenti
di Michele Dello Spedale Venti

29.12.2019

Mi è capitato recentemente di trovarmi in mezzo ad un fuoco “amico” incrociato. Per essere più precisə, si trattava di un cosiddetto “safe space” (spazio sicuro), in cui con persone più o meno conosciute si tentava di parlare di argomenti riguardanti questioni di genere e sessualità. Qualcuno aveva avanzato delle posizioni molto problematiche, ed una ragazza era intervenuta in maniera aggressiva.

Ora, penso di riuscire a comprendere la rabbia, soprattutto la rabbia di una categoria oppressa: donne, omosessuali, transessuali, asessuali… 
Di minoranze nascoste o cancellate dalla cultura dominante ce ne sono molte. E quando dico “nascoste” o “cancellate” intendo proprio dire che anche se può esserne chiara l’esistenza, sembrerà strano ma non avranno voce in nessun modo. 
Il nascondiglio per eccellenza è l’appello ai valori “democratici” e, quindi della maggioranza. Ma “la minoranza non è una debolezza, la maggioranza non è una qualità”, almeno per me e nella mia scala di valori: se alla maggioranza va bene mettere ebreɜ, omosessuali, disabili e prigionieri politici in un campo di concentramento ciò non rende affatto quell’atto giusto. 
L’appellarsi al “valore democratico” è solo un modo, altrettanto violento in quanto subdolo e deresponsabilizzante, per dire che non si vuole scendere a patti con le contraddizioni che ci attraversano, con le ingiustizie che commettiamo e con quelle che ignoriamo quotidianamente.

Tornando al punto iniziale, quindi, la rabbia è comprensibilissima.
È giusto esprimerla?
Assolutamente sì. 
Ma quando e come?
Ecco, su questo mi trovo profondamente spiazzatə.
Se dovesse essere espressa sempre sarebbe molto problematico gestirla, ognunə potrebbe esprimerla in qualsiasi momento, e allora sarebbe praticamente una costante guerriglia urbana; tenerla dentro e reprimerla? Assolutamente deleterio per sé stessə e per chi sta intorno, soprattutto se dovesse trovarsi sul posto al momento dell’esplosione, perché di certo arriva.

Quindi che farne?

Penso sempre si possa decidere di agirla in modi diversi. E assolutamente non sto facendo un’incitazione ad usarla, ma penso che sia giusto rispondere alla violenza con la violenza. Almeno come difesa di sé. E come difesa di ciò che si ama

E della violenza che viene espressa in maniera subdola, come sopra? Che fare?
Spesso le persone che rispondono nel modo di cui sopra sono le stesse che condannano qualsiasi atto di violenza, qualunque, in maniera indiscriminata, senza nessuna distinzione. Se non, comunque, poi prendere ed evitare i “problemi” che possono derivare dal mettere in discussione i propri privilegi. A quel punto potrebbero anche decidere di alzare la voce, fuggire, cambiare argomento, o magari diventare essɜ stessɜ violentɜ. E magari giustificarsi con sé stessɜ e ɜ altrɜ perché sono statɜ provocatɜ. 

Insomma, sembra non esserci via d’uscita
E invece anche qui uno spiraglio lo vedo.

Lo vedo nella responsabilizzazione e nella consapevolezza delle persone.
Se io sono consapevole che una mia azione potrebbe scatenare una reazione (di qualsiasi tipo) in unə altrə, cercherò di fare attenzione a come agirò. 
Allo stesso tempo anche chi “subisce” un’azione sarà responsabile, almeno in parte, di come risponderà.

La risposta la trovo nell’empatia e nell’immedesimazione.

Se cercassi per un attimo di mettermi nei panni di chi subirà la mia azione, o meglio, se magari pensassi ad un momento della mia vita in cui ho subito qualcosa di identico o quantomeno di simile, forse ci penserei due volte prima di agire. Allo stesso modo, potrò agire in maniera rabbiosa, aggressiva, ma a quel punto dovrei assumermi la responsabilità di quell’aggressività, consciə del fatto che ho alzato un muro e non devo aspettarmi che sia l’altrə ad abbatterlo. 

Sì, è un discorso un po’ contorto e spero non stiate facendo fatica a seguirmi.

Ciò che voglio dire è che essere responsabili delle proprie azioni significa non delegare ad altrɜ le conseguenze delle nostre azioni. Se faccio una battuta transfobica e una persona trans si incazza e mi risponde, sarà molto violento rispondere: “Fatti una risata!”. Piuttosto, forse dovrei mettermi in ascoltare quella rabbia e cercare di trarne insegnamento.

Allo stesso modo penso che se una persona chiede qualcosa che ai nostri occhi risulta problematica e da risposta scontata, rispondere con aggressività, senza guardare a quella messa in discussione, possa risultare controproducente per una causa. 

Lungi da me giudicare, penso che tentare di ascoltare invece che sentire per rispondere possa essere un buon modo per condurre delle discussioni costruttive e che possano portare a reali miglioramenti a lungo termine nei rapporti tra le persone.

Se non ci mettiamo nei panni dell’altrə, non capiremo mai da dove vengono sentimenti, emozioni, reazioni; eppure basterebbe ricordare come ci si sente ad essere trattatɜ in un certo modo. Se una volta superato il nostro disagio rimaniamo nella stessa posizione, o peggio, assumiamo la posizione di chi aggredisce, l’unico risultato che otterremo sarà quello di restare isolatɜ, ognuno con le proprie disavventure, senza la possibilità di relazionarci in maniera autentica con noi stessɜ e con ɜ altrɜ.

Rispondi