30.11.2019 Il diario di Q.

di Michele Dello Spedale Venti

Tempo di lettura: 3 minuti

30.11.2019

Chi non si è mai sentitə a disagio col proprio corpo?
Chi non ha mai desiderato essere più altə, più magrə, più grossə, avere più/meno tette, o più muscoli, o qualsiasi altra cosa. Tuttɜ, se potessimo, vorremmo correggere i nostri difetti. Chi non se ne trova almeno uno e riesce ogni mattina, appena svegliə, a guardarsi allo specchio e dire “Ammazza, mi piaccio un sacco!”.

Io, personalmente, no.

La bellezza. Cos’è, in fondo?
Sì, sto politicizzando anche questo. In fondo sappiamo tuttɜ che non ho di meglio da fare se non politicizzare qualsiasi cosa, metterla in discussione e mandarla in vacca, no?

Quando pensiamo alla bellezza pensiamo a delle persone, a dei canoni fisici e anche artistici, se vogliamo, a qualcosa che ci attrae. E quando siamo attrattɜ da qualcosa, quel qualcosa ha del potere su di noi. E anche noi vogliamo avere potere su qualcunə, o più di qualcunə. 
E, forse, quel qualcunə che vogliamo attrarre più di tuttɜ, non è noi stessɜ?

Siamo costantemente bombardatɜ da canoni estetici, da uomini e donne con una certa fisicità, con un certo aspetto, con dei certi abiti, con un certo make-up, con certe possibilità di fare interventi di chirurgia estetica. 
E quindi di sentirsi più a proprio agio col proprio corpo e con la propria immagine.
Anche in contesti in cui la bellezza non è proprio menzionata, o meglio, anche in luoghi che vogliono portare via individualità e voglia di prendersi cura di sé, come la prigione, le donne riescono a trovare dei modi favolosi per truccarsi, ad esempio qui.

Quindi la bellezza non è soltanto un modo per attrarre, sedurre ed avere potere, ma anche un modo per star bene con se stessi.

Tornando ai canoni imposti dalla società (sì, VIVIAMO IN UNA SOCIETÀ), possiamo amabilmente sederci ad un tavolo e criticare e buttare giù tutti gli standard e gli stereotipi da essa propinatici, abbattere ogni palestronzə* nel raggio di 100 km, bruciare ogni Kiko o Sephora in ogni città del mondo e così via. Ma pensiamo davvero di liberarci in questo modo dal desiderio di essere bellɜ? Da quel bisogno di sentirci a nostro agio con noi stessɜ e col nostro corpo?

Credo proprio di no. 

Ed ecco, qui abbiamo bisogno di ricostruire, un po’ come gli uomini dovrebbero ricostruire la mascolinità, eliminando le parti tossiche di essa (leggi anche la puntata precedente qui).

Come ricostruire? Da dove? Con cosa?

La prima parola che mi viene in mente per ricostruire, è “gentilezza”.

Partiamo dal presupposto, ad esempio, che molte persone nascono in un corpo che vorrebbero diverso, in toto o anche solo in minima parte. 

Cosa farci con questa informazione? Direi “ricordarcene” in primis. Ricordare che anche io mi sento a disagio col mio corpo, a volte, o almeno con parti di esso, che non sempre mi sento bell_ (personalmente praticamente mai), che non sempre mi sento attraente, desiderabile, e così via, e magari cerchiamo di empatizzare con ɜ altrɜ, con chi magari non troviamo attraente ma prova a flirtare con noi, e se non ci va rifiutiamo, ma sempre con gentilezza.

Pensiamo anche al fatto che moltɜ hanno delle caratteristiche corporee che spesso non risultano attraenti per moltɜ altrɜ, come la disabilità. Non esistono nella nostra società canoni di bellezza per persone disabili, anzi, spesso non ci si ricorda neanche che ɜ disabili possono voler fare sesso. 

O pensiamo al fatto che alcune persone sono in sovrappeso, qualsiasi sia il motivo del loro sovrappeso (da una malattia al fatto che amino mangiare). Non per questo sono persone che possono o devono essere marginalizzate o derise, o qualsiasi altra cosa si faccia 9 volte su 10 nei confronti di queste persone, lasciando che si sentano a disagio nei confronti degli stereotipi di bellezza che ci vorrebbero tuttɜ magrɜ, con fisici scultorei e sempre sorridenti.

Pensiamo anche alle persone transgender, o ai gender-non-conforming**. Cosa dovrebbero fare queste persone dato che non hanno nessuno standard di bellezza, a parte essere consideratɜ non attraenti? Sì, lo sono già. Quindi è giusto che rimangano tali?

Siamo consapevolɜ che questi standard di bellezza sono costrutti sociali? 

Se la risposta è sì, dovremmo anche essere consapevolɜ che i costrutti sociali possono cambiare (anzi, cambiano). 

Quindi il contributo, ancora una volta, che possiamo provare a dare per cambiarli in meglio è tentare di abbattere, sicuramente, gli standard attuali per dare delle alternative.
Alternative che non dimentichino nessunə, che siano empatiche e inclusive.

*palestronz_: qualcunə che ti fa sentire, anche solo con uno sguardo carico di giudizio, una cacchetta perché non sei altrettanto palestratə.

**gender-non-conforming: persona che non si conforma ad uno dei due generi “canonici”.

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