A Francisca Aguirre

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di Roberta Truscia

Ti vedo mentre metti a dormire
la tua Guadalupe che è ancora piccola,
torni in cucina e ti prepari un caffè.
È tardi e sai che dovresti andare a dormire,
ma un’ostinazione come un martello
ti tiene lì inchiodata da non sai neanche quando.
Forse da quando hai memoria, indipendenza,
da quando sei adulta e mai sola,
sposata a un uomo che ami
ma che è un uomo e “si sa come sono gli uomini”
ed una figlia che ami e che ti richiede, madre.
Ora parlo di te in una tesi
che scrivo in un’età in cui tu avevi già
anni di lavoro addietro e
avevi già sofferto la fame,
la morte del padre,
la guerra, la dittatura:
alla mia età eri, insomma, una sopravvissuta.
Ti vedo adesso mentre metti punto
ad una poesia che parla di un dolore
che non ha punto, che vive sano
all’ombra di quell’albero che tu dicesti
giustificare inutilmente il mondo
e dare un sorso di caffè amaro,
lo stesso che bevo io adesso
mentre scrivo di te in una poesia
che ti ha sopravvissuta.
L’albero continua a crescere.

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