Alcesti, o della fragilità che forse salverà il mondo.

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di Elisa Di Dio

Seconda ondata, prevista, ipotizzata, derisa, negata.

Eccola qui, dagli ultimi giorni di settembre, e noi ci siamo dentro in pieno.

I contagi aumentano, le misure di cautela e distanziamento si fanno urgenti e necessarie.

Il triste teatro dell’opinione pubblica offre il peggio di sé sui social, dove il negazionismo impazza divide e intorbida acque già ampiamente inquinate dal malessere sociale, dallo spettro della perdita del lavoro per molti, dagli evidenti impacci della politica nell’assunzione di decisioni vitali per il contenimento della pandemia.

Ho detto già troppo.

Su questi temi, a parte sporadici commenti, non mi pronuncio mai, soprattutto sul tetro quaderno di Facebook che offre pagine intere di deliri condivisi e considerazioni dissennate segnate da profondissima ignoranza.

Leggo di questa follia non più arginabile, rimango in ascolto, rifletto, cerco approfondimenti che possano contribuire ad alimentare conoscenza. E inevitabilmente ritorno ai classici. Quando incrocio le scriteriate affermazioni di certi negazionisti sulla ineluttabilità della morte della popolazione anziana, più esposta agli attacchi del virus, penso sempre ad Alcesti di Euripide, un dramma con un finale a sorpresa. È la storia di Admeto, re di Fere, in Tessaglia, che, dopo avere ospitato il dio Apollo, ha la possibilità di ottenere da lui, in dono, la vita eterna se solo riesca a trovare qualcuno disposto a morire al posto suo. Admeto comincia a cercare umani pronti a sacrificarsi. Non trova nessuno: i vecchissimi genitori non intendono vivere un solo giorno di meno, gli amici si dileguano, il soldato sul campo di battaglia, pur ferito, risponde picche al suo re, perché spera di cavarsela, nonostante tutto.

È umano, terribilmente umano preservare se stessi dalla fine, pur sapendo che camminiamo in quella direzione. È umano, terribilmente umano, opporre al male un gesto di protezione e cura per sé. Ma è altrettanto umano trovare nella salute e nella vita dell’altro, consolazione e appagamento.

C’è chi, invece, infantilisticamente, allarga le braccia e proclama che prima o poi tutti dovremo morire, che il Covid è niente più di un’influenza, che, pazienza se scompaiono gli anziani, i fragili, gli immunodepressi, e pure i giovani. Pertanto, la pandemia può pure imperversare sul pianeta, chissenefrega, no?

Per qualcuno è addirittura un’invenzione.

Anzi no, si agogna da più parti la famigerata immunità di gregge che senza un vaccino efficace, condannerebbe centinaia di migliaia di persone ad ammalarsi e a non farcela. Mentre la medicina si fa questione etica, mentre schiere di infermieri e medici si battono in un estenuante corpo a corpo col virus contro la morte, la frangia negazionista sviluppa il più raffinato degli egoismi, imbellettato da una ipocrita e anacronistica patina di consigli a metà fra rivistina new age e formulette da calendario di Frate Indovino, corroborato da disquisizioni di tipo giuridico costituzionale, sulla liceità dei provvedimenti e sul presunto furto di democrazia rappresentato dai decreti fin qui emanati e dall’obbligo di indossare la mascherina.

Ho sempre creduto nel potere terapeutico di approcci non convenzionali ai disagi, alle ferite esistenziali, ai malesseri profondi dell’uomo. Adesso, provare a fare passare per buoni simili rimedi, sproloquiare di privazione della libertà quando sui social in piena libertà tutti possono improvvisarsi virologi, immunologi, costituzionalisti, è da imbecilli, ed è tipico di una società malata di egotismo, smarrita e depressa. Del resto Alcesti è il dramma dell’egoismo. Nessuno vuole morire, solo la moglie di Admeto, giovane madre di due bimbi, accetta di prendere il posto del marito. Un atto di amore in risposta all’egoismo velato di ipocrisia del mondo che le si muove intorno. L’egoismo dei negazionisti, l’egoismo di interi settori della società che, seguendo le sirene di medici telegenici, ha proclamato, per l’estate, la morte del virus, salvo poi ritrovarselo più arzillo che mai, nei primi mesi dell’autunno, è l’egoismo di tutti i personaggi del dramma, a cominciare da Admeto che accetta di buon grado il sacrificio della moglie pur di salvare se stesso. Cercasi un’Alcesti disposta a morire, dunque.

L’eroina euripidea lo farà. Morirà, scenderà agli inferi, ritornerà alla vita grazie a un insperato quanto tempestivo intervento di Eracle, che mosso a pietà dalla sua sorte e forse infastidito dal tronfio menefreghismo del vedovo, decide di ribaltare la sorte della giovane sposa.

Cosa ci insegna una storia così, tanto lontana nel tempo?

Che l’amore salva e Alcesti è un personaggio fortemente connotato dall’amore, e che forse dovremo sperare nel gioco del caso o del divino, incarnato da Eracle, personaggio surreale e anche abbastanza comico in questo testo, a rimettere in piedi un corpo sociale globale piagato dal male.

Niente di nuovo oggi, come ieri.
Siamo questa fragilità salvata dalla forza misteriosa dell’Amore.

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