Amore, sofferenza, rispetto, orgoglio, mitizzazione, appartenenza.

di Valerio
Adamo

Il mondo del calcio, oggi più che mai, rispecchia il contesto storico in cui viviamo. La nostra società guidata dall’alto della sua meschinità da sua maestà il denaro, muove gli animi molto più di quanto possa fare un gruppo di vecchi e desueti principi chiamati: etica, affidabilità, fidelizzazione, sacrificio.

Rendo noto a chi legge, che il titolo altro non è che l’acronimo della squadra capitolina: AS Roma. Domenica 3 febbraio è tornato in campo dopo 97 giorni di calvario il capitano giallorosso, all’alba delle sue 35 primavere, Daniele De Rossi. Contro il Milan si è visto in campo un padrone assoluto del centrocampo e della fase difensiva in tutte le sue forme, un gladiatore al centro dell’arena che combatte e sputa fuoco per 90 minuti. Mi ha sempre stupito l’intensità del suo sguardo durante le partite, gli occhi rossi, forti, duri e visibilmente emozionati per un calciatore che ogni settimana sente sulle spalle il peso di giocare per la squadra della sua città e del suo cuore. Il romano, romanista, che gioca nella Roma vede come suo massimo esponente Francesco Totti, uno dei più forti attaccanti italiani di sempre, ma… proviamo per un attimo ad entrare all’interno della testa di capitan futuro: per una vita, calcistica si intende, ha dovuto aspettare che un dio del calcio gli passasse il testimone per portare avanti la tradizione di romanità all’interno dello spogliatoio dei lupi. Quanto pesa un testimone passato da Francesco Totti dopo aver avuto l’appellativo di capitan futuro per circa 15 anni? La sua risposta: conduce la squadra alla semifinale di Champions League da protagonista segnando il rigore del due a zero nella rimonta storica contro i marziani del Barça.

Escluso il mondiale vinto nel 2006 a Berlino, De Rossi, non vanta un curriculum di vittorie vastissimo, escludendo qualche coppa nazionale con la Roma non è riuscito a coronare il sogno scudetto sfiorato diverse volte durante la sua carriera. Resta, anche per lui, come per Totti, il rammarico di non aver avuto una carriera piena di successi come avrebbero indiscutibilmente meritato, però hanno vinto un trofeo morale che, purtroppo, non pare vinceranno in tanti da ora in poi: un’intera vita dedicata alla sua “seconda pelle” come lui stesso la chiama. Ci sono diversi calciatori della Roma che hanno dichiarato di non aver mai visto nessuno con lo stesso senso di attaccamento alla maglia di capitan Daniele. Le parole ricercate per comporre l’acronimo di AS Roma non sono state scelte per semplice coincidenza delle iniziali, ma perché la Roma per De Rossi è tutto questo: Amore, indiscusso ed incondizionato per una maglia che sin da bambino ha segnato la sua esistenza; Sofferenza, per tutte le volte in cui è caduto durante la sua carriera ma è stato capace di rialzarsi per la Roma e grazie alla Roma; Rispetto, per la società e per chi è venuto prima di lui, è stato sempre lì ad aspettare che arrivasse il suo turno per diventare capitano; Orgoglio, di chi sa di rappresentare la passione di migliaia di tifosi che vivono per questi colori come in poche altre piazze al mondo; Mitizzazione, in quanto Roma e i romani riescono ad esaltare e ad esaltarsi nel calcio come pochi, rendendo questo sport un mistico collegamento con la storia passata dell’Impero; Appartenenza, sentimento per il quale ha rinunciato a stipendi milionari proposti dalle dirigenze dei club più importanti del mondo passando da Manchester City, Inter e Real Madrid. Insomma, una bandiera, come poche, come quelle del passato, come non ne esisteranno, forse, mai più, un esempio per tutti, una vita dedicata ad una causa non vincente ma sentimentalmente vincolante.

Il popolo giallorosso ti ringrazia!

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