Arance come bombe

di Roberta Truscia

Ho messo a confronto delle foto:
in una, eserciti di alberi d’arancio,
le arance come bombe da lanciare,
foglie di agavi, spade di un unico braccio,
minaccia, frutti a caccia
di bocche misere da sfamare.
Qualcuno doveva dire basta.
In un’altra foto, la salvezza:
nessun arancio secco come l’olmo di Machado,
con un solo ramo fiorito
come speranza di primavera,
né la fumaggine a togliere alle foglie il fiato.
Non la casualità 
né il cambio delle stagioni, 
azioni 
il cui valore ancora non tramonta.
Da una parte, eroi con una motosega in mano,
dall’altra, terreno raso al suolo,
achei con l’elmetto,
una carriola o una cazzuola
stretta al petto.
Il popolo siciliano dovette chiedere
ad un Agamennone: “difendici
dal male naturale.”
Il sacco di Palermo fu la risposta
ad una supplica vitale:
così, oggi, la Conca d’oro è il nome
di un centro commerciale. 
Quando gli alberi sconfitti 
giacevano sfatti
e l’arancia squadrata
rotolava senza succo mai spremuta,
nessuno disse “eran pur buone”
come in Pascoli per la quercia caduta.
Si disse, piuttosto: 
grazie a noi tutto questo, 
ai più ci è bastato,
come arma, il nostro silenzio. 

Aranceto | Franco Gallo

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