Árpád Weisz e Matthias Sindelar, diverse interpretazioni dello stesso destino.

di Giovanni Adamo

Árpád Weisz (Solt, 16 aprile 1896 – Auschwitz, 31 gennaio 1944) anche noto come l’allenatore dello “squadrone che tremare il mondo fa” e Matthias Sindelar (Kozlov, 10 febbraio 1903 – Vienna, 23 gennaio 1939), soprannominato Der Papierene (Carta velina), rappresentano, rispettivamente in panchina ed in campo, l’espressione più alta e romantica del “calcio danubiano” della prima metà del Novecento.

Grazie ad un breve estratto del libro di Matteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo (Roma, Aliberti, 2007) è possibile, infatti, riassumere il dramma vissuto dallo stratega ungherese:
«A sessant’anni dalla morte, si era perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti nella sua epoca, un’epoca gloriosa del pallone, aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. […] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo.».

Quella dei più grandi successi di Weisz, dal titolo italiano, a soli 34 anni (record ancora imbattuto nella storia del calcio italiano), sulla panchina dell’Ambrosiana di Milano nella stagione 1929-1930 (la prima a girone unico), alla vittoria in finale (4-1) con lo “squadrone rossoblù” sugli inglesi del Chelsea nel 1937 a Parigi, durante Torneo dell’Esposizione Universale, passando per la conquista dei campionati nazionali del 1935-1936 e 1936-1937 sempre nella sua carissima Bologna. Rappresentò “un’epoca gloriosa del pallone”, ma, di certo un momento non altrettanto splendente e felice dal punto vista politico-sociale, in virtù dei tristi fatti storici che hanno segnato il mondo intero. L’anno seguente, infatti, vennero promulgate anche in Italia le leggi razziali di stampo nazista, costringendo il tanto amato allenatore e la sua famiglia a recarsi prima in Francia e, successivamente, in Olanda per poter ancora insegnare il suo calcio, prima di essere rinchiuso nel campo di transito di Westerbork e, dopo qualche mese di lavoro in un campo in Alta Slesia, morire ad Auschwitz la mattina del 31 gennaio 1944.

Chi con coraggio resterà nella storia per non aver assecondato le richieste del Reich, rifiutandosi di giocare con la maglia della nazionale tedesca in seguito all’Anschluss e segnando nella partita durante la quale non era consentito far sfigurare la grande Germania, con tanto di esultanza sotto la tribuna degli ufficiali tedeschi, fu Sindelar (nel 1999 l’IFFHS lo ha eletto come miglior giocatore austriaco del XX secolo e l’anno seguente è stato eletto «sportivo austriaco del secolo»); proprio quel “Mozart del calcio” che diede un grosso dispiacere a Weisz con la maglia dell’Austria Vienna, eliminando l’Inter di Meazza dalla competizione europea di allora, equivalente dell’odierna di Champions League.

Il piccolo ed esile Matthias, figlio della classe operaia, cominciò, infatti, presto a tirare calci a pallone, distinguendosi tra i coetanei per l’abilità nel dribbling, quando ancora il calcio non era soltanto business, ma, aveva un valore intrinseco e morale ben più ampio, sino a diventare la bandiera della squadra di Vienna e  del Wunderteam, una delle nazionali più forti dell’epoca e della quale è stato anche capitano, vincendo la Coppa Internazionale 1931-1932 e prendendo parte al Mondiale 1934.

Così, scriverà di lui Vittorio Pozzo, su La Stampa, il 26 gennaio 1939.

«La sua non era una finta scomposta, plateale, marcata. Era un accenno, una sfumatura, il tocco di un artista. Fingeva di andare a destra e poi convergeva a sinistra colla facilità, la leggerezza, l’eleganza di un passo di danza alla Strauss, mentre l’avversario, ingannato e nemmeno sfiorato, finiva a terra nel suo vano tentativo di carica.».

E con la leggerezza che lo ha sempre contraddistinto, Matthias lasciò questo mondo la mattina del 23 gennaio 1939, nel distretto di Favoriten, quando il suo corpo e quella della compagna furono ritrovati senza vita al “Café Annahof.

In questo delicato momento storico e politico per il nostro paese e per il resto del mondo, in cui l’odio verso “il diverso” (spesso verso il più debole) sta nuovamente e pericolosamente prendendo il sopravvento, ci piace pensare che sia proprio il soprannome di Sindelar, Carta velina, ad indicarci che per NON DIMENTICARE il suo amico Weisz e tutte le vittime dell’Olocausto, necessita, quotidianamente, “ricalcare” le sue gesta, aberrando e dribblando ogni forma di discriminazione, violenza e privazione di libertà!

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: