Biografia della fame-Amélie Nothomb. Fame. Storia del mio corpo-di Roxane Gay. Caffè con penna.

Due storie diverse, uno stesso vuoto.

Ma esiste una fame che è solo di cibo? Esiste una fame che non sia indizio di una fame non più generalizzata? Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa. (A. Nothomb, Biografia della fame)

Com’è difficile parlare di fame in un’epoca complessa e contraddittoria come la nostra.

Quante direzioni prende un concetto apparentemente semplice come quello di “fame”, oggi?

Intuitivamente, se dovessimo rispondere alla domanda “Che cos’è la fame?”, senza rifletterci su, verrebbe subito in mente una risposta che attinge più alla fisiologia, quindi ad una dimensione corporea, che a quella mentale. La fame come risposta ad uno stimolo fisiologico, dunque, contrapposta alla sazietà. Fame di cibo, di qualcosa di materiale.

Ma esiste solo questo tipo di fame? Quante volte le emozioni hanno influenzato il nostro senso di fame e sazietà? Quante volte abbiamo cercato conforto nel cibo o, al contrario, quante volte lo abbiamo rifiutato, addirittura lo abbiamo dimenticato, già colmi di sensazioni piacevoli o spiacevoli che siano, che ci hanno distratti da quella primaria necessità che è l’alimentazione?

Come dicevo, quello dell’alimentazione è un concetto molto complesso, connesso oggi a patologie molto serie, pertanto voglio solamente accennare la natura complessa dell’argomento, non certo scendere nell’ambito clinico.

I due libri che voglio portare alla luce oggi, seppure connessi a due disturbi alimentari differenti (la Nothomb parla della sua anoressia, la Gay della sua obesità, presumibilmente figlia di un disturbo da alimentazione incontrollata), raccontano entrambe aspetti afferenti alla dimensione psicologica e umana dei loro disturbi legati al cibo, anche se ognuna delle due autrici ha un rapporto diverso con esso, da parte di entrambe questo legame viene associato a reazioni controproducenti ad esperienze particolari e vissuti familiari travagliati e non molto chiari.

Quello che entrambe sottolineano, però, è l’aspetto della fame come un vuoto che va al di là del bisogno fisiologico dell’oggetto “cibo”.

Entrambe, infatti, hanno un vuoto da colmare, che rimanda a delle dimensioni prettamente psicologiche, affettive ed emotive. Nei due casi specifici, entrambe hanno ferite non sanate, qualcosa da perdonarsi, necessità di imparare ad amarsi.

D’altronde, dalle teorizzazioni di Antonio Damasio* in poi, corpo e mente sono indissolubili, lontanissimi ormai dal dualismo cartesiano che le voleva come due entità separate (res cogitans e res extensa), le nuove frontiere neuroscientifiche, filosofiche e psicologiche vanno tutte verso uno studio integrato di queste due parti. Rimando ad altre sedi l’approfondimento di tali tematiche, la mia vuole solo essere una parentesi del razionale che si cela dietro un’affermazione circa il primato delle emozioni sull’andamento fisiologico della persona.

Sia la Nothomb che la Gay raccontano dei loro disturbi senza remore.

Amélie Nothomb, coerentemente col suo stile, racconta il suo disturbo in maniera poetica, a tratti onirica, mostrandoci alcuni episodi del passato attraverso i suoi occhi da bambina: una bambina con tratti occidentali che vive in un mondo orientale e che presto dovrà abbandonare.

Roxane Gay, invece, racconta in maniera nuda e cruda un disagio e una solitudine che fanno male, una scrittura catartica la sua, che come uno schiaffo ci porta dentro un disagio inascoltato e, probabilmente, mai accolto.

Cosa accomuna le due scrittrici? Il bisogno disperato di amore che entrambe hanno palesato attraverso un processo tacito e insano che le ha portate alla trasformazione del loro corpo.

Un urlo sospeso nel vento, che entrambe hanno avuto il coraggio di raccontare.

Laura Ventimiglia

*A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, 1995

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Laura V

 

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