Caffè con penna. Il Gattopardo.

“Il sonno, caro Chevalley, un lungo sonno, questo è ciò che i siciliani vogliono. Ed essi odieranno sempre tutti quelli che vorranno svegliarli, sia pure per portare loro i più meravigliosi doni. E, detto tra noi, io dubito sinceramente che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel suo bagaglio. Da noi ogni manifestazione, anche la più violenta, è un’aspirazione all’oblio. La nostra sensualità è desiderio di oblio. Le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte. La nostra pigrizia, la penetrante dolcezza dei nostri sorbetti, desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte.”

Una sera qualunque, una sera d’estate.

Aria fresca che finalmente entra dalla finestra spalancata nell’oscurità.

Lo ammetto, tra due giorni esce il post di questa mia rubrica e non ho ancora scritto nulla.

Allora stasera mi fermo, chiedo alla luna.

Penso alla mia terra, alla Sicilia. Fonte di gioie e di dolori. I nodi vengono sempre al pettine, la vita, prima o poi, ti chiede di fare i conti con le radici e di domandarti se le senti davvero tue o meno.

Entro questa cornice, dietro l‘eco di giorni un po’ arrabbiati, mi concedo una riflessione circa la sicilianità. E decido di condividerla con voi, legandovi, come rubrica vuole, uno dei libri che ha segnato la mia esistenza e la mia contemplazione delle suddette radici: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, meravigliosa opera scritta nel 1958 e ambientata durante il Risorgimento italiano. Lungi da me il voler analizzare e/o recensire un romanzo di tale importanza in queste poche righe, voglio soffermarmi su un concetto, probabilmente il più importante di tutto il libro, l’avrete ormai capito: il modo di essere e di fare tipico del siciliano. Tutto ciò lo ritroviamo in un capitolo, che si trova all’incirca a metà romanzo, predittivo e contemporaneo come poco altro sul tema.

Sfido chiunque sia nato in Sicilia a non ritrovare dei tratti familiari all’interno del capitolo di cui parlerò adesso.

Il capitolo che ho scelto come base per le mie riflessioni è quello del celebre dialogo tra  l’ormai decaduto principe di Salina e Chevalley, cavaliere emissario piemontese giunto in terra sicula per offrire a don Fabrizio il seggio di senatore del nuovo regno. 

Dal dialogo emerge tutta la visione sfiduciata che il principe ha della sua terra e dei suoi abitanti. 

La decadenza del titolo nobiliare di don Fabrizio, sembra camminare parallelamente ad una decadenza sociale e morale generale, determinata non tanto dalla nascita del nuovo regno ma, principalmente, dal modo di affrontare la vita tipico del siciliano. Una sorta di filosofia sicula, per l’appunto.

La disillusione e l’amarezza di don Fabrizio potrebbe essere la stessa di chi, giovane ed esausto, oggi, con una-due lauree, uno-due master, decide di lasciare questa terra e le sue logiche che poco spazio danno a limpidi e meritocratici sogni, alla voglia di cambiamento e flessibilità che la nostra società odierna tanto decanta quanto poco contestualizza. 

Don Fabrizio spiega, anche bene, perché il siciliano non è amico dei cambiamenti, soprattutto di quelli a sfondo educativo e civile: l’abitante della Sicilia, terra che tante e varie dominazioni ha conosciuto, ha un senso di superiorità insito, che molti tendono a chiamare “fierezza”, ma, in realtà, altro non è che un freno al cambiamento. 

Possedere in potenza delle ricchezze, infatti, non sempre coincide col meritarle e/o col saperne godere.

Il siciliano basta a se stesso e tutto deve continuare così com’è. 

Ma, soprattutto, guai a voler modificare, in qualche maniera, certe logiche dominanti. Se tutto ha sempre funzionato in un certo modo, è così che deve continuare.

Non vorrei andare fuori tema o aprire varchi tematici infiniti, ma se ancora oggi parliamo di sistemi politici e clientelari che della mafia ripercorrono costantemente le orme ben segnate, è proprio perché la connivenza ad atteggiamenti mafiosi aleggia perennemente nell’aria. E non bisogna necessariamente pensare ad episodi eccessivamente rumorosi.

“ i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola”.

Odio e amo questa terra, che così tanto mi dà, e così tanto mi toglie. 

Toglie amici 

Toglie lavoro 

Toglie meritocrazia

Toglie possibilità 

Eppure dà.

Vita

Dinamismo

Calore

Cultura

Eros e Thanatos, in un’isola. 

Decadenza e rinascita in un apparente ossimoro che, in realtà, convive da sempre, e sempre così sarà. Tutto cambierà purché tutto, però, rimanga com’è.

Don Fabrizio parla della sua generazione definendola “infelice” perché a cavallo tra due mondi e a disagio in tutti e due.

Sicuri che Giuseppe Tomasi di Lampedusa non abbia scritto l’altro ieri questo capitolo, affacciato a questa stessa finestra e chiedendo consiglio alla luna? 

(Scusate, questo mese la rubrica non sarà accompagnata da alcuna foto. Me ne vergogno ma non posseggo copie del Gattopardo, lo lessi perché mi venne prestato una decina di anni fa. Lo restituii appena terminato.

Sì, appartengo alla rara categoria di persone che restituiscono i libri).

Laura Ventimiglia

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