Carola Rackete e l’unica scelta possibile.

di Salvo Balistreri

In questi giorni tutti hanno parlato della vicenda della Sea Watch 3 e della sua Comandante Carola Rackete, soprannominata Capitana in contrapposizione all’appellativo utilizzato dai sostenitori di Salvini. Tutti ne hanno scritto, sui social e sui giornali, risulta impossibile pensare che qualcuno ignori ancora l’accaduto. Per molto tempo sono stato indeciso se scrivere queste parole, pensavo sarebbero state ridondanti nel mare di righe spese, ma infine ho deciso sarebbe stato giusto che questo blog prendesse una posizione netta e chiara (Michele Dello Spedale Venti aveva accennato alla vicenda qui).

I fatti in breve

La mattina del 12 giugno la Sea Watch 3 soccorre 53 migranti, che si trovavano su un gommone alla deriva senza carburante, nella zona SAR (search and rescure) libica, a 47 miglia dalla costa. In serata l’imbarcazione della ONG riceve la comunicazione dal Centro di Coordinamenti dei Soccorsi della Libia di recarsi a Tripoli. La Comandante non considera i porti libici sicuri e decide quindi di far rotta verso nord in direzione Lampedusa. Resterà ai confini delle acque territoriali italiane per 14 giorni, alla fine dei quali deciderà di forzare il blocco navale ed entrare in Italia. Durante l’operazione Carola Rackete non rispetta l’alt della Guardia di Finanza e, dirigendosi verso la banchina, urta la nave della GdF che si era frapposta tra la Sea Watch 3 e il porto. Dopo l’approdo la Comandante viene arrestata con l’accusa di resistenza e violenza a nave da guerra (ovvero la nave della Guardia di Finanza) e passano molte ore prima che i passeggeri vengano fatti scendere. Il 2 Luglio il GIP di Agrigento, Alessandra Vella, non convalida però l’arresto e la donna viene liberata. Il giudice specifica che la nave della GdF non può essere considerata nave da guerra in acque territoriali e che, dopo il riesame dei video, non emerge la volontà di “schiacciamento” della motovedetta e la manovra “deve essere molto ridimensionata nella sua portata offensiva rispetto alla prospettazione accusatoria fondata solo sulle rivelazioni della polizia giudiziaria”. La procura ha negato il nullaosta per l’espulsione per motivi giudiziari, Rackete deve restare a disposizione dei magistrati. E, a differenza del capitano leghista, la Capitana si sottoporrà a regolare processo.

La Scelta

«La situazione a bordo è peggiorata di giorno in giorno, soprattutto dal punto di vista psicologico. Abbiamo persone che hanno minacciato di buttarsi in mare e molti che soffrono delle conseguenze dei traumi. Ma anche persone che ci hanno detto di aver tentato il suicidio. Dovevamo entrare per evitare danni alla vita delle persone. Adesso da 24 ore aspettiamo che il governo italiano si assuma la responsabilità. Ma hanno solo controllato documenti senza fornire assistenza o un porto per queste persone. Ho deciso di avviarmi verso il porto per fornire loro un approdo sicuro perché la loro sicurezza è la cosa principale in questo momento». 

Carola Rackete doveva decidere della vita delle 42 persone rimaste a bordo, sapeva a cosa andava incontro e con coraggio ha deciso di agire anche se le sue azioni avrebbero potuto portare pesanti conseguenze per la sua libertà personale. La vita delle persone vale più d’ogni altra cosa: era l’unica scelta possibile.

Carola ha voluto trasformare i suoi privilegi in possibilità concreta di aiutare il prossimo fino a rischiare la propria libertà.

«La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità» afferma la Comandante della Sea Watch 3.

Il dovere di soccorso

“La Sea Watch 3 è una nave tedesca battente bandiera olandese, non ha diritto di portare clandestini in Italia!”
Quante volte, purtroppo, abbiamo sentito o letto questa frase? Bene, queste parole non hanno alcun senso. Qualsiasi nave con qualsiasi equipaggio deve prestare soccorso a persone in difficoltà in mare e portarle nel primo “porto sicuro”.
“Dopo 14 giorni in mare poteva portarli in Olanda!”
Quante volte bisogna ripetere PRIMO porto sicuro?
Inoltre i 14 giorni sarebbero potuti essere molti meno se il nostro Ministro degli Interni non avesse giocato una squallida partita politica sulle teste di quella gente. Senza considerare che 5 paesi europei e ben 30 sindaci tedeschi si erano resi disponibili ad accogliere i 42 migranti a bordo dell’imbarcazione.

La Sea Watch ha violato il decreto di Salvini, ma ha agito secondo il diritto del mare e l’articolo 10 della nostra Costituzione secondo cui “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”

Porti Sicuri

I porti libici non sono porti sicuri, in quella nazione si sta combattendo una feroce guerra civile (da pochi giorni è stato bombardato un centro di detenzione) e nei centri non sono rispettati i principali diritti umani. In quelli che sono stati ribattezzati lager libici, uomini, donne e bambini sono costretti a vivere in condizioni igienico-sanitarie pessime, vengono picchiati e torturati fisicamente e psicologicamente, le donne vengono stuprate.
I porti tunisini a loro volta non possono essere considerati sicuri, in passato, infatti, i migranti accolti hanno subito trattamenti disumani. Un porto sicuro deve prevedere il rispetto dei diritti umani, come il diritto d’asilo, e in Tunisia questi non sono garantiti. I migranti, spesso, vengono rimandati in Libia per tornare nei lager.

Gli insulti

Mi premeva moltissimo concludere senza dimenticare gli insulti diretti a Carola Rackete dopo essere scesa dalla sua nave in stato di arresto. Un mix perfetto di sessismo e razzismo, con alcuni esponenti della Lega di Lampedusa che urlavano minacce di morte. Tra tutti spiccavano coloro che auguravano lo stupro della giovane Comandante. Tutto assolutamente in linea con la società in cui viviamo, subdolamente maschilista, che vorrebbe la donna sottomessa e in silenzio. Non è semplice da digerire che una donna occupi una posizione di potere e per di più sia capace di avere un proprio pensiero critico che la porti a opporsi a quello che lei reputa un’ingiustizia. La punizione è lo stupro, la violenza corporale, che possa privarla della sua libertà per sottometterla e riportarla al “suo posto”. Fino al 1996 nel nostro ordinamento l’abuso sessuale era un reato contro la morale e non contro la persona. Sono molti i passi in avanti da compiere. In seguito a uno stupro la donna non è mai solo vittima (tranne nel caso in cui i carnefici siano negri) ma assume anche il ruolo di provocatrice per indole: “Eh, ma se l’è cercata. Hai visto com’era vestita?”

La violenza verbale udita al porto non è altro che la punta dell’iceberg di tutta una serie di insulti che quotidianamente percorrono il web e i social. Sono moltissime le donne che giorno dopo giorno subiscono attacchi digitali per aver l’unica colpa di aver espresso un’opinione.

E nemmeno una parola da colui che dovrebbe occuparsi della sicurezza di tutti, che impugna il rosario e affida l’Italia al cuore immacolato di Maria. Niente. Perché non è semplice esprimersi contro i propri elettori, perché si trova a suo agio a sguazzare nel suo acquitrino insieme agli altri porci come lui.

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