Charles Bradley – No time for dreaming. Limone, musica all’agrodolce.

di Andrea Arangio

Genere : Funk, soul, R&B
Difficoltá di ascolto: facile e appagante Ambiente*: Serata tra amici

Molti di voi forse conoscono già Vincenzo Rabito. Scrisse la sua autobiografia da semianalfabeta raccontando i due conflitti mondiali vissuti sulla propria pelle. Dalla sua opera, premio letterario Sciascia assegnato postumo, prende il nome questo blog e l’associazione che lo gestisce, Terra matta. Vincenzo Rabito aveva una passione, la cultura e l’ha inseguita durante tutta la sua vita. Così come Charles Bradley ha inseguito la sua unica vera passione, la musica, diventando – con il suo primo album No time for dreaming, pubblicato all’età di sessantadue anni – l’emblema del soul e del rhythm & blues. La sua musica è forse l’agrodolce per eccellenza. Permeata di sentimento è forte e intensa, non puoi fare a meno di notarlo. Attaccamento alla vita, dolori, disperazioni, frustrazioni e gioie sono il senso della sua musica. Prima di ascoltare il suo album, però, vale la pena capire chi è stato Charles Bradley e cosa ha vissuto.

Nasce in Florida nel 1948. La madre lo abbandona all’età di otto mesi ma qualche anno dopo lo ritrova e lo porta a Brooklyn, New York. Con la madre e otto fratelli vive in condizioni di estrema povertà, dormendo in uno scantinato. A quattordici anni decide di scappare di casa per sfuggire alla povertà, ma finisce per vivere per circa due anni nelle metropolitane di New York. Grazie alla sorella, che riesce a farlo inserire in un programma di rieducazione, trova lavoro come cuoco e si sposta nel Maine dove lavorerà per dieci anni. È qui che uno dei suoi colleghi gli fa notare la somiglianza con James Brown e Bradley inizia così a cantare esibendosi con una piccola band col nome di Black Velvet. La band si scioglie quando tutti i suoi componenti vengono convocati per la guerra in Vietnam. Così Charles attraversa tutta la nazione in autostop e nel 1977 si stabilisce in California, dove spera di sfondare finalmente come cantante. Ci prova ininterrottamente per venti anni sfruttando perlopiù la somiglianza stilistica e vocale con James Brown. Suona qua e là ma sono i lavori saltuari che gli permettono di mantenersi. Distrutto e disilluso nel 1996 ritorna a Brooklyn per assistere la madre, ma anche qui non trascorre un periodo felice. Ricoverato per un’infezione rischia di morire a causa di una reazione allergica alla penicillina. In quella situazione, piena di sconforto, il fratello lo incoraggia non solo a non lasciarsi morire ma anche a continuare con la sua vera e unica passione, la musica. Qualche tempo dopo, svegliato in piena notte dalle ambulanze e dalle sirene della polizia, scopre dell’uccisione di quel suo fratello in una strada sotto casa, vittima di uno scippo. L’episodio e il suo rapporto con il fratello sono cantati nel toccante pezzo Hearthache and Pain, che è fondamentale ascoltare.

È a New York che viene scoperto durante una performance da Gabriel Roth della “Daptone Records” che lo scrittura. Non avendo frequentato le scuole è appena in grado di leggere e scrivere, ma anche grazie alla collaborazione con Thomas Brenneck, riesce a dare sfogo alle sue emozioni e scacciare via i suoi fantasmi. Il successo arriva finalmente quando viene incaricato di aprire i concerti di Sharon Jones, punta di diamante della Daptone, supportato dalla band di Brenneck, i “Menahan Street Band”.

Il successo è immediato, la gente adora la sua musica concreta e il concerto della pubblicazione del suo primo album è sold out. Inizia a viaggiare per tutto il mondo e registrare altri tre album ma muore all’età di sessantotto anni per un tumore allo stomaco. Il suo quarto e ultimo album, Black Velvet, viene pubblicato postumo.

L’amaro, l’acidulo, tutto ciò che scuote dei suoi testi e della sua voce è sempre ben bilanciato da una musica solida assolutamente poco sperimentale, molto funk. Personalmente, l’ascolto di Bradley mi conforta e mi incoraggia durante i periodi un po’ più bui, ma dopotutto, non è per niente triste ed è molto bello in sottofondo.

Consiglio vivamente l’ascolto dell’intero album e, ai meno volenterosi, oltre a Hearthache and Pain e Why it’s so hard, consiglierei l’ascolto di Lovin’ You Baby e Changes, nell’album omonimo.

Con questo vi auguro buon anno e vi raccomando di ascoltare Charles Bradley quando vorreste mollare tutto e tutti.

PS: Per più informazioni su Bradley vi consiglio il documentario “Soul of America” dove viene raccontata la sua storia.

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