Che cos’è l’Alt-right?

di Elena Caccin

Alt-Right: Age of Rage dà le stesse sensazioni di un romanzo distopico. Eppure è un documentario, e filma la realtà. Forse anche per la distanza culturale è morbosamente interessante esplorare la mentalità perversa e terribile di un mondo parallelo in cui si parla senza pudore, e senza coscienza storica, di razze con diversi QI, di uno stato etnico di soli bianchi, di ridisegnare i confini degli USA dividendoli per etnie. Come dice la mente dietro l’alt-right, Richard Spencer, lui è Satana per il movimento antifascista statunitense, ma da Satana siamo tutti affascinati.

Il titolo avrebbe anche potuto essere Antifa: resisting the alt-right. Per ogni punto sollevato vengono presentate diverse opinioni e ne emerge un confronto in cui la posizione degli attivisti ed esperti di Antifa viene sempre illustrata a fianco delle affermazioni dell’estrema destra, dando vita a un dialogo a specchio. Il titolo tradisce però qual è il vero protagonista del documentario: l’alt-right.

Ma cos’è esattamente l’alt-right, o alternative right? Secondo l’esperto Mark Potok, intervistato nel documentario, si tratta di un rebranding per le pubbliche relazioni del suprematismo bianco.

L’idea della supremazia bianca (white supremacy) è da tempo la teoria alla base di gruppi o organizzazioni estremiste statunitensi, ma forse non avrebbe raccolto ampi consensi proprio a causa del fardello storico che questo termine porta con sé; occorreva quindi un nuovo nome e un nuovo stile, e Richard Spencer ne è stato l’artefice. L’operazione di marketing ha coinvolto anche la facciata vera e propria, le apparenze: molti intervistati, tra cui lo stesso Spencer, vestono in completo, cravatta e camicia, con acconciature impeccabili e volto pulito. “Siamo normali”, è il messaggio. Niente svastiche, cappucci bianchi o divise, bensì uno stile elegante. Siamo come tu vorresti essere, siamo uomini bianchi benestanti e carismatici. D’altronde, Spencer dice esplicitamente nel film che a lui piace “avere intorno persone di bell’aspetto”.

E il suo progetto è semplice e di immediata chiarezza: eliminare i non-bianchi.

Manifestazione Alt-right

Bianco e Nero

La chiave di volta dell’intera retorica sembra essere proprio la distanza fittizia creata tra bianchi e non-bianchi:  prima su un piano orizzontale (tu non hai i miei stessi diritti, appartieni ad un’altra categoria) e poi su un piano verticale e gerarchico (io ho più diritto di te di stare qui – you don’t belong).  In un tale discorso le due categorie sono distinte secondo un criterio visibile a tutti, ovvero il colore della pelle, e all’interno di questa cornice si inseriscono argomentazioni come la sostituzione etnica o l’esproprio dei bianchi (white dispossession); secondo tale logica, infatti, gli appartenenti alle due categorie non sono intercambiabili.

Spencer considera “gli americani” come un popolo discendente direttamente dagli europei, di storia e patrimonio europeo. Dal suo punto di vista, l’Europa è da sempre un continente bianco e omogeneo (stupisce l’ingenuità con cui Spencer include gli italiani nella lista di “bianchi”, quando proprio negli Stati Uniti venivano discriminati come non-bianchi.) Un altro esponente dell’alt-right afferma nel film che per gli States non si possa parlare di una nazione di immigrati, perché gli Stati Uniti sono storicamente una “estensione del Regno Unito”.

Questa definizione creativa di colonialismo è uno dei numerosi pugni nello stomaco del film per qualsiasi spettatore con una qualche conoscenza della storia. Ci si sente impotenti di fronte alla palese distorsione del passato come argomentazione per giustificare la xenofobia, abbinata a una cieca convinzione per posizioni difficilmente difendibili alla luce dei fatti storici.

Tess Asplaud sfida il corteo Alt-Right

Esiste una “alt-left”?

Non esiste il razzismo al contrario, il razzismo contro i bianchi. Perché il razzismo è soprattutto una questione di potere, e chi ha il potere nella società statunitense (ed europea) sono gli uomini bianchi.

Allo stesso modo, un importante concetto che il film chiarisce è l’idea che il movimento antifascista non è il polo opposto dell’estrema destra, e qui sta il grande errore logico di Donald Trump nel suo commento agli scontri di Charlottesville: quella che lui chiama “alt-left” non esiste. Non si può parlare di due movimenti estremisti, uno da una parte e uno dall’altra, di uguale danno e uguali ragioni. L’alt-right è un’ideologia strutturata contraria all’uguaglianza tra esseri umani, in cui la violenza almeno verbale è prevista se non incoraggiata come risorsa contro il diverso (lo dice lo stesso Spencer, il motto è never back down), un movimento che agisce con l’obiettivo di creare una divisione netta (tra noi e loro, bianchi e non bianchi)  e quindi inevitabilmente due fazioni contrapposte. Chi non è d’accordo sono “gli altri”, coinvolti nel conflitto perché identificati dall’alt-right come gli avversari. Ma come dice anche il nome stesso, l’Antifa non esiste senza il fascismo, e non si colloca sullo stesso piano.

Manifestanti con le bandiere sudiste (durante la guerra civile americana gli stati del sud si opponevano alla liberazione degli schiavi)

I confini della libertà di parola

Il film lascia aperti una serie di quesiti scottanti e complessi, non solo oltreoceano. Ad esempio: qual è la definizione di discorso di odio, hate speech? E perché dovrebbe essere illegale odiare qualcuno?

Non esiste una risposta, perché nessuno decide autonomamente cosa è legale e cosa no. In democrazia, tutti decidono. Per questo la teoria dell’alt-right (“odiare non è illegale, punto”) appare molto più incisiva di qualsiasi altra risposta, che può prendere la forma solo di un ragionamento e non di un monosillabo. La difesa della libertà di parola è un’argomentazione usata dalla destra estrema principalmente come strategia per distogliere l’attenzione dalla sostanza e spostare il dibattito su una presunta violazione dei diritti – il contenuto in questo modo non viene mai messo in discussione. Certamente si tratta una delle libertà più preziose ed è un diritto fondamentale; ma il suo perimetro non è infinito, soprattutto perché spesso etica e legge in questo non coincidono. Come dice l’attivista di Antifa: negli Stati Uniti il discorso di incitamento all’odio non porta alla prigione, perché è protetto dal Primo Emendamento della Costituzione, ma se una affermazione crea dei danni non può rimanere senza conseguenze. Soprattutto, il diritto funziona se tutti lo rispettano; a volte, però, menzionare una presunta violazione della libertà di parola ha solo l’obiettivo di bloccare il dialogo, imporre la propria opinione e censurare l’interlocutore.

Nonostante l’elezione di Trump sia stata un incoraggiamento ad uscire allo scoperto, nella società statunitense l’alt-right rappresenta ancora una minoranza, un movimento estremista. Ma vale sicuramente la pena di osservarne i meccanismi attraverso le parole di chi ne fa parte e di chi gli si oppone, e per questo il film mi sembra necessario e stimolante. La creazione di un nemico-bersaglio, di faglie nella società, di conflitti feroci è il fuoco che alimenta qualsiasi populismo di destra, e per ascoltare una retorica simile a noi italiani non occorre andare tanto lontano.

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