Cile e il diritto al riconoscimento dei popoli indigeni

  • Post Comments:2 commenti
di Rosamaria Randazzo

Che siano un popolo fortemente legato alla terra e ai propri luoghi ancestrali è scritto nel loro nome. Come già raccontato in un precedente articolo (clicca qui per leggerlo), Mapuche, parola della lingua isolata mapudungun, è l’unione delle parole Che (popolo) e Mapu (della Terra).

Dal 1866 la legge dello Stato cileno ha disconosciuto la loro autonomia territoriale, decidendo di aggregare i territori indigeni sotto la propria giurisdizione, giustificando tale scelta come promozione dell’economia agricola nazionale. Il continuo appropriarsi del suolo Mapuche attraverso un incontrollato esproprio è continuato fino al 1930 e, ad oggi, tali comunità possiedono solo il 5% del loro territorio originario.

La lotta per il loro riconoscimento come comunità e per la riappropriazione dei territori continua ancora oggi attraverso una serie di proteste che coinvolgono le regioni meridionali di Cile e Argentina.

L’essere legalmente riconosciuti solo come etnia nega, alla comunità Mapuche, la possibilità di essere rappresentata a livello politico e di godere dei diritti che gli altri indigeni latinoamericani possiedono; da ciò ha origine una assenza di dialogo tra le due parti coinvolte e un numero sempre più elevato di scontri dal carattere violento e incontrollato.

Dal 4 maggio di questo anno, 27 prigionieri politici Mapuche delle carceri di Temuco, Angol e Lebu hanno dato inizio ad uno sciopero della fame contro le inadempienze ad alcuni accordi promessi dallo stato cileno. I prigionieri politici, infatti, rivendicano la concessione dei diritti stipulati nella Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sui Popoli Indigeni in Paesi indipendenti, firmata dal governo cileno già nel 2008. Questa riconosce ai popoli indigeni un insieme di diritti fondamentali, essenziali alla loro sopravvivenza, tra cui quelli sulle terre ancestrali e quello di mantenere inalterate le proprie strutture sociali.

Particolare importanza è stata attribuita all’Articolo 1.1b, secondo cui tale convenzione tutelerebbe, cita testualmente:

“i popoli che, nei Paesi indipendenti, sono considerati indigeni per il fatto di discendere dalle popolazioni che abitavano il Paese, o una regione geografica a cui il Paese appartiene, all’epoca della conquista, della colonizzazione o dell’istituzione delle attuali frontiere dello Stato, e che, qualunque ne sia il loro status giuridico, conservano in toto o in parte le proprie istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche.” 

Tra i 27 prigionieri vi è anche il leader spirituale Celestino Cordova, condannato a 18 anni di reclusione, poiché sospettato, insieme ad altri della comunità mapuche, di essere tra i responsabili dell’incendio doloso che ha causato la morte di una coppia di proprietari terrieri.

Cordova, conosciuto anche come il Machi, da più di quattro mesi ormai, ha dato inizio allo sciopero della fame in seguito al rifiuto della Corte di Giustizia cilena alla sua richiesta di essere trasferito agli arresti domiciliari o di poter terminare il periodo cautelare nella propria comunità a causa delle condizioni sanitarie precarie in cui si trovano i detenuti e della crisi sanitaria del Covid-19; richiesta che, peraltro, è validata dall’ Articolo 10 della Convenzione in cui viene sostenuta la preferenza ad altre forme punitive alternative al carcere.

Tra gli effetti dello sciopero vi è l’aggravamento delle condizioni di salute del leader che è stato ricoverato in ospedale. Tale evento ha attirato l’attenzione dell’ONU che ha invitato l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a verificare sia le condizioni in cui si trova il leader mapuche che quelle delle prigioni dove gli altri 26 membri della comunità sono detenuti, uniti al loro leader nello sciopero. 

Come risposta all’aggravarsi delle condizioni del Machi e a sostegno della comunità mapuche sono state organizzate numerose manifestazioni in tutto il paese tramutatesi poi in vere e proprie rivolte. In particolare, la comunità mapuche della provincia di Malleco ha occupato i municipi di 5 Comuni della regione dell’Araucania a sostegno delle richieste dei detenuti e sollecito delle autorità. Le risposte delle Forze dell’Ordine sono state violente e sostenute da numerosi tentativi di sgombero.

La notte del 1 Agosto, alcuni gruppi riconducibili a correnti di estrema destra si sono riuniti all’esterno di tali Comuni con l’intenzione di sostenere la polizia locale nell’operazione di sgombero, il tutto aggravato da cori razzisti, incendio di automobili e di simboli rituali Mapuche, e aggressioni fisiche ad alcuni membri della comunità che si trovavano all’esterno dei municipi.

Con l’appoggio e il sostegno internazionale e di buona parte della società cilena, la comunità denuncia gli ennesimi episodi di discriminazione condannando le intolleranze nei confronti delle minoranze.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Giuseppa dell' aera

    Grazie, Rosamaria, per l’ulteriore approfondimento sulla storia ignorata dei Mapuche!

    1. Sylvia

      Continua a scrivere sempre!

Rispondi