CoronaVirus e teatrino dei social

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di Elisa Di Dio

CoronaVirus

È da queste parolina dalla pronuncia facile facile che si alimentano le nuove ansie di inizio 2020 su scala planetaria, dato che il virus è partito dalla Cina e oggi viaggia per il mondo grazie ai tappeti rossi srotolati dalla globalizzazione, voli arei e transiti di merci ed esseri umani in quasi ogni luogo del pianeta.

Ma ma voglio soffermare la mia attenzione alla reazione dell’italica progenie alla notizia che il Covid-19 (nome tecnico per designare il virus) si è diffuso fra noi.
Sorvolo sui modi del contagio avvenuto in Italia.
Codogno, il lodigiano e alcune aree del Veneto sono al momento i territori interessati al fenomeno (alcuni casi isolati sembrano essere stati riscontrati in Lazio, Emilia Romagna e oggi anche la Sicilia) che, come è prevedibile, si estenderà e chiederà a ciascuno di noi atti responsabili, decisioni da prendere in relazione alla vita lavorativa e agli impegni familiari quotidiani, misure di cautela e prudenza necessarie per contrastare l’avanzata del contagio.

Come al solito il teatrino dei social offre uno spaccato sociologicamente interessante per cogliere virtù e soprattutto vizi dell’Italia alle prese con un’emergenza mondiale. Accade solo da noi, succede come una necessità che ha la forza di un imperativo morale che Kant levate proprio, ma l’italiano medio sui social, appena intercetta un comunicato ufficiale dell’Istituto Superiore della Sanità, del Governo, del Ministro o del Presidente del Consiglio che sia, non può trattenersi dal vomitare insulti, derisioni, accuse contro il malcapitato/malcapitata di turno. Se è donna tutto è condito, in più, da pesanti offese sessiste. Il denominatore comune di post e commenti di tal fatta è uno solo: l’italiano medio insulta e denigra, irride e offende utilizzando la lingua madre senza sapere cosa siano grammatica, ortografia, sintassi, senza comprendere soprattutto ciò di cui si parla. Questo accade a tanti, anche a laureati che conosco bene e che in maniera spavalda divulgano nei loro post notizie travisate non so se con intenzione o per un irrimediabile incapacità di comprendere. Si offende chiunque con una lingua monca, abbrutita, lingua che già a partire dalla forma è uno schiaffo, un pugno assestato in faccia alla civiltà, intesa nel senso più ampio del termine.

Penso sempre in questi casi al mondo classico, alla Grecia dei filosofi e dei poeti, alla Roma degli oratori e degli storici, a Erodoto, Tucidide, Platone, a Saffo e Alceo, a Euripide, a Cicerone e Cesare, a Tito Livio, a Virgilio, e in tempi più vicini a Cesare Beccaria e a Manzoni, al Leopardi delle Operette morali, alla somma di quella ricerca di verità, lotta alla superstizione, bellezza, conoscenza espressa dalla riflessione di questi e altri autori, all’uso della lingua come strumento principe della salvaguardia del pensiero, della complessità, della forza insita nel narrare storie, e la raffronto alla violenza verbale, alla scompostezza, all’aggressione sistematica operata su esseri umani da altri esseri umani che oramai di umano conservano ben poco.

Si esce scossi, turbati, disgustati. Si è interrotto il circuito della comunicazione/comprensione. Sui social si gioca a chi urla di più, i social sono diventati l’avamposto da cui schiacciare l’altro. Anche nel caso di un’epidemia che dovrebbe richiamare tutti alla sobrietà, alla compostezza, alla solidarietà. E invece… non importa che si abbia torto o ragione, non importa capire, intendere ciò che l’altro scrive: contano solo l’insulto, la parola cattiva, la sgrammaticatura disfunzionale, la distorsione di pensieri anche semplici. Gente che scrive e pensa così fa a meno della civiltà in maniera integrale: ammazza le parole come potrebbe ammazzare l’avversario di turno se lo avesse davanti, mentre lo demolisce con i suoi commenti e smonta inesorabilmente i fondamenti della comunicazione di base su cui si regge, da sempre, il tessuto delle relazioni umane. E ci spaventiamo del Coronavirus? Io ho infinitamente più paura di questa marea montante di odio e ignoranza. Cambia l’oggetto del contendere, rimane immutata l’aggressione incessante ai fondamenti del vivere civile. Quando finirà tutto questo? E soprattutto, riusciremo a sopravvivere a questo imbarbarimento del pensiero e dell’etica del vivere insieme?
Mi si potrebbe obiettare che la scuola dovrebbe fare di più e meglio per contrastare fenomeni del genere. Da donna di scuola in parte concordo, e aggiungo, però, che la scuola da tempo, per scelte politiche precise, è stata privata della possibilità di incidere realmente sulla formazione dei ragazzi. A ciò va aggiunto un quadro di riferimento formatosi durante gli anni ottanta e novanta dello scorso secolo, pesantemente condizionato dai modelli che la tv commerciale ha diffuso e inculcato nella mentalità di tanti, al punto tale da alterare, forse irreversibilmente, la percezione e il sentire comuni.
Altro che Coronavirus. La pandemia del nostro tempo ha altri nomi: odio, sospetto, egoismo, sete di consumi superflui e di potere, assalti indiscriminati e reiterati all’ambiente, ingiustizie perpetrate sui deboli. Ci salveremo tornando all’essenziale, alla vita nuda, semplice, quella dei paesi.

Non lo dico io, anche se lo penso da sempre.
Leggete Franco Arminio: di questi tempi, e per questo tempo malato, scrive cose belle e profondamente vere. Spesso snobbato dalla critica ufficiale, adorato e in parte probabilmente travisato per eccesso di entusiasmo, Arminio ha sguardo e parole che forse sono la profezia di un’epoca da affrontare con nuove abitudini, uno spirito diverso, prima che suoni l’ora della disfatta definitiva. Mi verrebbe da dire che Arminio è necessario, se non fosse che oramai di ogni scrittore si dice così. Per Arminio è l’aggettivo più calzante. Leggetelo e poi mi direte.

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