Cronache di fine pandemia alla Fortezza Bastiani

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di Elisa Di Dio

Sembra proprio che questo lungo periodo di quarantena si concluderà il 3 maggio. Torneremo a popolare strade e bar, piazze e negozi, nessuna sanzione per chi si sposta da un centro all’altro, nessun divieto estremo.

Tutto bene, dunque?

No, non per me, al momento: per me non è così.
Io ho paura.
E non lo so quanta voglia ho di ritornare lì fuori.
Credo di essere arrivata al quarantacinquesimo giorno di chiusura a casa, sono uscita solo per la spesa, in tutto quattro o cinque volte fino a questo momento, e ogni volta un senso di sgomento mi coglie mentre mi trovo per strada, con la convinzione che anche i rari passanti, spesso sufficientemente lontani, magari sull’altro marciapiede, siano presenze da cui guardarsi, senza contare che la mascherina, che sarà necessario indossare sempre, crea un occultamento visivo che si traduce per me in inquietudine, straniamento e voglia di rintanarmi al più presto fra le mura di casa.
Mi sento aliena in un mondo di alieni.
So di essere un caso ideale di psicopatologia postpandemica.
Ma resto umile.
Purtroppo questo tempo anomalo ha risvegliato una mia attitudine, non certo positiva: quella tendenza all’isolamento che ho sempre controllato attraverso attività che mi portano a vivere di contatti umani e di socialità, ma dietro alle quali resiste la paura di confrontarsi con gli altri al punto tale da preferire il silenzio o la compagnia di libri, musica, natura. Insomma, non sono esattamente un animale sociale, parafrasando il buon Aristotele:
la cosa che mi consola è che sono in ottima compagnia (ma a distanza, of course) di altri individui che la pensano come me.
Sarà per questo che uno dei miei libri di riferimento è Il deserto dei Tartari, sarà per questo che la storia raccontata da Dino Buzzati, autore straordinario e non adeguatamente conosciuto, è la storia ideale per questo tempo che stiamo inaugurando, quello della famigerata Fase 2, con una sorta di psicodramma collettivo. Narrato ipertroficamente sui social in una coralità oramai dominata dal parossismo apocalittico, c’è chi grida al complotto, c’è chi si sente kafkianamente confinato in un claustrofobico castello-prigione chissà da chi, c’è chi  vuole tornare a produrre e lavorare a tutti i costi, immemore del fatto che un virus tanto microscopico quanto letale per quasi 25.000 italiani, stia lì fuori in agguato e non fa sconti a nessuno, e c’è chi minimizza, dicendo che si tratta solo di un’influenza, ostentando la beata ignoranza dominata dal flusso di opinioni abilmente costruito sui profili social del noto cazzaro leghista e della falsa borgatara tutta fascio e famiglia.
Ci credevamo sani in un mondo malato, ha ragione Papa Francesco. E ora che abbiamo preso coscienza del fatto che il patologico è cifra costante del nostro esistere, siamo pronti per una ripartenza all’insegna del “riprendiamoci, con gli interessi, tutto quello che ci è stato sottratto in questi mesi di isolamento”. Già temo questo “dopo”, ovviamente. Si è sperato in un mondo rigenerato e migliore, nel post pandemia. Non festeggiamo, non tutto sarà uguale a prima. Forse sarà peggio. Basta vedere come scalpitano gli industriali pronti a riaprire la fabbrichetta o fabbricona, con operai considerati un po’ come carne da macello, e chi non si allinea, avanti il prossimo. Un mondo irredimibile. Vorrei poter suggerire agli animali che si sono ripresi spazi e respiro fra le case, nei campi, in mare, agili vie di fuga, che purtroppo ritorneremo e saremo più feroci e spietati di prima, niente potrà piegare la nostra sete di dominio.
Siamo persino arrivati a dire che il virus non esisteva pur di avere ragione.
L’ultima parola sarà la nostra e sarà “distruzione” con ogni probabilità. Spero vivamente che i fatti di là a venire, mi possano contraddire. Dicevo del libro di Buzzati, Il Deserto dei Tartari, e del suo protagonista, Giovanni Drogo, il mio eroe di riferimento in questo tempo sospeso, sulla soglia, mentre come Euridice, come Kore, cerchiamo di risalire verso l’uscita, dal buio alla luce.

Giovanni è un giovane che comincia la sua carriera militare alla Fortezza Bastiani, un avamposto arroccato e solitario in una terra imprecisata dell’estremo Settentrione, da cui controllare il territorio minacciato dalla possibilità di un attacco di nemici, genericamente definiti Tartari, nome di un popolo, ma nome che allude all’ombra di un aldilà minaccioso che incombe sulla vita dell’uomo. La prima impressione di Giovanni è negativa, spera di tornare presto in città e di continuare a svolgere il suo servizio altrove, ma allo scadere del quarto mese di permanenza alla Fortezza, proprio quando, con la visita periodica, potrebbe chiedere il trasferimento per inabilità alla vita nella Bastiani, quel posto gli appare, con i suoi camminamenti sospesi nel nulla del deserto, intriso di un fascino misterioso da cui non riesce a staccarsi. Giovanni decide di rimanere. La disciplina militare è ferrea: un soldato, uscito per un controllo fuori dalle mura, ha dimenticato la parola d’ordine necessaria per rientrare. La sentinella che sta alla porta, pur avendolo riconosciuto, non sentendo pronunciare la frase d’ordinanza, lo uccide. È la regola militare, quella che prima appare restrittiva ma che poi sottilmente seduce e viene accettata, è la fascinazione perversa che possiede quel luogo onirico eppure reale dentro il quale trascorrono prima le settimane, poi i mesi, infine gli anni. Giovanni, dopo qualche tempo, grazie a un congedo, ritorna in città: una donna lo ha aspettato, ma lui non riesce a trovare ragioni per mantenere la sua promessa e legarsi a lei. Ha una madre, che trova invecchiata, e degli amici: sono presenze che, per quanto tangibili, non riescono a donargli motivazioni sufficienti per rimanere in città e rinunciare alla vita nella fortezza. È quello il Luogo nel quale potrebbe accadere di avvistare finalmente il Nemico, combatterlo, vivere la gloria della battaglia, trovare una ragione suprema di Vita. Giovanni ritorna alla Fortezza; sembra che qualcosa debba accadere: all’orizzonte si muovono file indistinte di uomini, ma è un’agitazione illusoria, dovuta ai lavori necessari a tracciare una nuova linea di confine. Passano gli anni, oramai la Bastiani è entrata nel ritmo del respiro e dei gesti quotidiani del protagonista. Alcuni compagni muoiono, altri vanno via, il peso degli anni si fa tangibile, l’attesa è la Vita stessa. Arriverà un nuovo comandante, Simeoni, nel momento in cui qualcosa davvero sembra accadere oltre il Deserto. Che sia la volta buona? I nemici stanno per avanzare? Giovanni spera. Ancora una volta, invano. Oramai è troppo vecchio, ed è malato. Dovrà andare via. Simeoni lo caccia dalla Fortezza proprio quando dal deserto giungono i Tartari. L’allontanamento di Giovanni dalla Fortezza è il penultimo atto di un’intera esistenza trascorsa nell’attesa di qualcosa che doveva accadere e non è mai accaduta. Non vi rivelo il finale, carico di un significato rivelatore.

Vorrei che leggeste questo libro. Nel 1976 ne è stato tratto un film di Valerio Zurlini con Gassman, Von Sydow, Noiret e altri. Nel 2004 Battiato ha inserito nel disco Dieci stratagemmi, una canzone dal titolo “Fortezza Bastiani”; l’onirico musicale del  cantautore siciliano e quello di Buzzati si sposano magnificamente. Ancora, “Zangra” dei Litfiba è la storia di Drogo. 

Scrivo questo pezzo proprio oggi, 23 aprile, Giornata mondiale del libro. Il deserto dei Tartari è uno di quei libri-mondo in cui mi sono rispecchiata e riconosciuta. Io sono un po’ Drogo nella Fortezza, in questo strano tempo, ma sono stata anche Emma Bovary con le sue inquietudini, Renzo Tramaglino alla scoperta di Milano, Ismaele pronto a imbarcarsi sulla Pequod e Orlando che viaggia nei secoli, per risvegliarsi, una mattina, donna. La letteratura legge la vita, la illumina, a volte. Il mio augurio, allo scadere di questa quarantena, valido non solo per me ma per tutti, è quello di trovare sempre una compagnia solida, arricchente, nelle storie raccontate dai libri. Nessuna realtà è più sicura delle fantasie contenute fra le loro pagine. 

Buona lettura

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Giuseppa dell' aera

    Grazie Elisa. Leggo sempre con interesse ciò che scrivi! Trovo soprattutto interessante l’analisi impietosa della società postpandemia. Un abbraccio

  2. Marinella Barbagallo

    Una piacevolissima lettura. Credo che comprerò il libro da te suggerito. Sono curiosa

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