DA ALTRO FUOCO ACCESI

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di Elisa Di Dio

Questo testo è stato scritto per un gruppo di allievi attori e attrici tredicenni tre anni fa, alla fine di una delle estati più tristi degli ultimi decenni, quella del 2017, quando la Sicilia tutta, a ondate ricorrenti, venne attraversata da una linea vastissima di fuoco, dalle coste alla montagna alle campagne del centro. Non fu che la prova generale, quell’estate di cenere, di ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi, in Sicilia come altrove nel mondo, in proporzioni vastissime e spaventose: Indonesia, Amazzonia, Australia, Scandinavia e Siberia. Milioni e milioni di ettari di terre, animali, case, coltivazioni e strade, andati in fiamme sotto la mano di una regia che è sembrata unica e allenata a spargere il terrore e la morte. In quell’estate di dolore e fumo denso ci rendemmo conto che non ci saremmo più  potuti girare dall’altra parte, catalogare quegli episodi come lo scotto da pagare alla calura estiva, stupirci per pochi minuti e ritornare alla solita vita. 

Nacque da questo moto comune di indignazione e rabbia la performance poetico – musicale-visiva intitolata  DA ALTRO FUOCO ACCESI, che si svolse al Villaggio Bizantino, grazie all’ospitalità regalataci  dall’associazione Hisn al Giran, da Gianluca Rot Rosso che si occupa della gestione dello straordinario sito archeologico incastonato nel verde delle campagne di Calascibetta e dall’artista Angelo Leonardo. 

Alla chiamata della Compagnia dell’Arpa aderirono spontaneamente associazioni come Legambiente Enna Circolo degli Erei, Mutazioni, Avis, La Federazione degli Studenti, il Liceo Classico e l’Istituto Comprensivo De Amicis, il Fai, il Comune di Calascibetta e tanti tanti privati cittadini, giovani, anziani,  bambini, artisti come Michele di Leonardo e Michele La Paglia, e ancora potrei continuare. 

Cominciammo nel pomeriggio, finimmo di notte, alla luce della luna di settembre. 

Domani Terra Matta inaugura la prima Giornata digitale dedicata all’ambiente con interventi che proporranno riflessioni di esperti, tavoli di lavoro per capire dentro quale emergenza viviamo, cosa fare prima che sia troppo tardi, quanto è forte la necessità di sentirci olisticamente parte di un Tutto che vive su un equilibrio tanto perfetto quanto precario

Nella performance, tre voci di piccoli raccontarono allora, fra tronchi e foglie la necessità di aprire gli occhi, mettere in sintonia il cuore, ripartire dalla terra per difenderla e, parafrasando Neruda,  farsi accendere da un altro fuoco, quello della salvaguardia attiva, appassionata, militante,  di un patrimonio che non è illimitato ed è, piuttosto, costantemente minacciato da incuria, malgoverno, mafie e speculazione

Questo è il copione così come lo hanno avuto fra le mani e memorizzato i ragazzi. 

Buona lettura, buona prima giornata digitale per l’Ambiente e la Terra, 

#OneLoveOneEarth. 

DA UN ALTRO FUOCO ACCESI 

EMANUELA: Noi, questa estate non la dimenticheremo mai.
Il dolore è tutto qui. Ancora manca il respiro.
L’estate è il dono dei doni per noi che viviamo nelle terre del centro.

CLARA: Per noi l’inverno è duro e lungo. L’estate si offre con veli di calma calura e giallo di colline, notti traboccanti di stelle e concerti di grilli.

ANDREA: È la stagione della promessa del mare, lontano sì, ma non tanto da non far sentire il suo respiro.
È l’ombra di stanze abitate dal fiato pigro dello scirocco. 

GINEVRA: Nella campagna è la voce dei piccoli animali. È il fieno appena tagliato, che esala profumo sotto una conca di cielo smaltato.

EMANUELA: È la luna che scolpisce il profilo di necropoli, qanat, grotte dentro cui sono passati greggi, pellegrini, viandanti. E ancora si sente l’eco: voci di lavoro, guerra e preghiere, che ancora rimbalzano di roccia in roccia. 

GINEVRA: Tutto questo è l’estate per noi delle terre di Mezzo, noi generati dal sorriso misterioso di dee ancestrali. 
Eppure il rito festoso è stato interrotto da un’agonia mortale voluta da mani umane. 

CLARA: Abbiamo fatto l’esperienza del fuoco.
Fuoco appiccato da mani macchiate di crimine.

ANDREA: E ora noi che ne parliamo, in realtà non ci siamo più.
Siamo morti anche noi, insieme ai boschi. Mai, prima di questa estate, il gioco del fuoco si è trasformato in un furioso disegno criminale di spaventosa violenza.

GINEVRA: Ancora non sappiamo con precisione quanto futuro ci è stato sottratto. Ma quello che è stato fatto al ramoscello, alla lepre, al tronco, ai muschi, alle felci, alle radici, ai fusti, ai rami e ai germogli, al tordo, alla volpe, alla poiana, agli armenti e alle greggi, agli insetti, e alle sementi, al ramarro e alla cicala, al contadino e al pastore, è un assassinio senza fine che ha spezzato il legame segreto, ma tenace, fra noi e tutte le creature. Massacrate dalle fiamme nelle ore più oscure di un’ estate rossa di braci, nera di fumi e di lutto

ANDREA: Hanno incenerito tutto, fino al midollo.
Tutto.

MANU: Sono ignoti. Potrebbero essere persone che conosciamo, che ci camminano accanto, a scuola, negli uffici, per le  strade. 
I luoghi nei quali noi ci troviamo e viviamo sono abitati dai nostri assassini. 

CLARA: Gli antichi assegnavano la pena capitale agli incendiari. 
Noi non riusciamo a risalire neanche alle facce di questi individui.

ANDREA: E allora? Che possiamo fare?
Da dove potremmo cominciare?

GINEVRA: Da una giustizia certa, una politica che curi  il territorio.
Ripartire da noi, imparando a rispettare un ambiente nel quale non possiamo comportarci da predatori, ma da ospiti gentili. 

EMANUELA: Ma c’è ancora altro.
Ancora una volta la Natura insegna. 
Le radici

CLARA: La fiamma da cui tutto ha avuto origine. 
La parola.

EMANU: Intorno al fuoco i nostri padri si sedevano per raccontarsi storie. Favilla, piccola fiamma. Favella, lingua che si articola in parola e che nasce  dalla voglia di entrare in contatto con l’altro. 
L’antico idioma  indoeuropeo ci ricorda che fiamma e parola hanno la stessa origine.

ANDREA: Da un altro fuoco vogliamo essere accesi.

CLARA: Parliamone, stasera.

GINEVRA: Finchè rimarrà qualcuno in grado di potere riannodare il filo incerto e minacciato della memoria, questi assassini dovranno tremare.

EMANU: Il canto di salvezza e di speranza dovrà essere più forte.

CLARA:Possibile?

ANDREA: Il canto è la memoria.
Stasera vogliamo spargere in questo luogo,  come unguento, il canto.

GINE:  Ci è rimasto un filo di memoria per resistere. 
-E stasera con questo filo, riannoderemo fra loro, le forme di vita risparmiate dalla mano  criminale di questi individui. 

EMANU: Ci hanno tolto le radici,

GINE:  E noi le radici le ripercorreremo pazientemente con storie di vita e natura da raccontare.

EMANUELA:  Ci hanno tolto l’ombra,

ANDREA:  E noi cercheremo un riparo sotto parole neonate, verdi e croccanti come gemme nella luce della nuova stagione.

EMANUELA: Ci hanno tolto l’acqua

GINEVRA: E noi trarremo ristoro dalla forza guaritrice del ricordo e del racconto.

EMANUELA : Ci hanno risucchiato la linfa dal profondo,

CLARA: E  noi della linfa dello stare insieme, del parlarci e guardarci in faccia, da questa parte della barriera, troveremo la forza per far ripartire la vita.

ANDREA: Da qualche parte si dovrà pure ricominciare.

EMANU: Noi da questa disseminazione di parola, poesia, bellezza, memoria, bene comune, vogliamo riprendere in mano il futuro.

GINE: Lo faremo con gli alberi, e tutti gli esseri del bosco.
Stasera lasceremo un po’ di noi stessi fra queste piante, con piccoli gesti carichi d’amore. Queste terre hanno bisogno di non essere dimenticate.

CLARA: E’ un invito a entrare nel cerchio delle storie

EMANUELA: La cenere non vincerà.

ANDREA: Siamo fatti di sole, legami di atomi e molecole, catene di cellule che si cibano di luce e sconfiggono la terra fredda e dura.

CLARA:Dal nostro gesto, ritornerà la vita.

EMANUELA: Io ci credo, ma se credo solo io, faccio poco.

ANDREA:  Se invece il mio credere anche in una sola, minuscola possibilità lo comunico agli altri, CLARA: forse non tutte le speranze andranno perdute. 

GINEVRA: Da qualche parte la vita germoglia, la senti?  È lì, nuova, tenera, caparbia, e aspetta solo di essere riconosciuta e amata.

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