Davide Astori, la tragica fine di un uomo.

di Valerio Adamo

Il 7 Gennaio, il giorno successivo alla chiusura delle festività, una triste ricorrenza ci invita drasticamente a ritornare con i piedi per terra, ad accantonare il consumismo becero che ha assalito le nostre case e i nostri portafogli, per ricordare il tragico evento che quasi un anno fa, il 4 Marzo 2018 esattamente, colpì la famiglia Astori e tutto il mondo del calcio trasversalmente. Perché il 7 Gennaio? Sarebbe stato il giorno del trentaduesimo compleanno di Davide, capitano della Fiorentina.

Spesso capita, anche troppo spesso, che sulle tragedie ci sia il guadagno mediatico di migliaia di sciacalli e speculatori, non per vanto, ma anche in questa vile classifica, il nostro Paese si trova in vetta. Sta a noi, appassionati, sportivi, giovani ricordare con molta stima quello che era un campione esemplare dentro e fuori dal campo. Vorrei sottolineare ad i lettori, che, Astori non era sicuramente il più forte difensore centrale del mondo, ma aveva delle qualità morali che lo rendevano una delle, ahimè, pochissime figure di riferimento di un calcio vero e spontaneo. Mai il suo nome è stato accostato ad eventi non encomiabili fuori dal campo, mai è stato etichettato come il calciatore genio e sregolatezza, mai è stato protagonista di atteggiamenti e comportamenti poco edificanti all’interno del perimetro di gioco. L’obiettivo che si pone lo scrivente, oggi, è quello di far riflettere e rendere sensibili alla vulnerabilità delle nostre vite, a quanto sia veloce e facile abbandonare questo mondo e tutti i problemi inutili che la quotidianità e la società ci impongono come vitali. Cerchiamo di badare all’essenziale, cerchiamo di godere della vita in sé, in quanto unica ed irripetibile.

Astori ci insegna, a sue spese, che tutto può essere cancellato in un attimo lasciando solo il nostro ricordo, pertanto, poniamo fine alle morti per gli scontri tra tifoserie, poniamo fine al razzismo immotivato, assurdo e totalmente inventato per fini bellici, facciamo si che ognuno di noi, nel nostro piccolo, sia in grado di trasmettere vita e non morte, odio, violenza all’altro, a quello che viene individuato come avversario sportivo. Purtroppo o per fortuna, la rivoluzione civica deve venire dal basso, perché chi sta in alto non avrà mai la possibilità di cambiare le cose se non facendo sinergia con chi è parte integrante della popolazione. Riflettiamo, non dimentichiamo e prendiamo atto migliorando sulle esperienze di chi non è stato fortunato come noi.


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