Deep Purple – Machine Head

di Pino Pugllisi

Riascoltare questo vinile è come ritornare indietro di 14 anni, quando all’improvviso mi trovai al palazzetto di Acireale, ad uno dei miei primi concerti di un gruppo internazionale e l’emozione era alle stelle. La prima immagine che mi si è impressa nella mente è stata la fantastica Pearl di un bianco luccicante di Ian Paice.

Non vedevo l’ora di vederli in azione, appena saliti sul palco, la carica che mi hanno trasmesso è stata tantissima, come un sogno che si realizza, ti ritrovi sotto il palco a vedere, ma soprattutto ad ascoltare dal vivo i Deep Purple

Stessa impressione quando la puntina inizia a far suonare la prima traccia del disco, Highway Star, ecco il brivido dietro la schiena, si inizia con la chitarra di Ritchie Blackmore, si inserisce subito incalzante la batteria di Ian Paice, il basso di Roger Glover, le inconfondibili tastiere di Jon Lord e, per finire, la straordinaria voce graffiante di Ian Gillan.

Immagine che contiene fotografia, interni

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Siamo nel 1972 quando è stato pubblicato Machine Head, sesto album dei Deep Purple, uno dei più belli a mio parere (senza dimenticare il capolavoro Made in Japan…). L’album è stato registrato a Montreux in Svizzera, nel casinò della città. Una di quella sere si trovava a Montreux il gruppo di Frank Zappa, che tenne un concerto proprio al casinò. Durante lo spettacolo, a seguito di un razzo segnaletico lanciato da uno spettatore, scoppiò un incendio che mandò in fumo l’intero casinò comprese le attrezzature musicali di Zappa. A un certo punto, Roger Glover guardò fuori dalla finestra e vide il fumo dell’incendio disperdersi sulla superficie del lago e i bagliori rossi del tramonto impregnare il cielo: smoke on the water and fire in the sky… Fu così che nacque Smoke on the Water, piazzata sul lato B dell’album, famosissima, forse inflazionata, canzone simbolo dei Deep Purple. Ma vi assicuro che ascoltarla dal vivo dai Deep Purple in carne ed ossa è sempre una goduria.

In realtà l’apice di questo album si raggiunge con Lazy che inizia con un intro spaziale, andando ad esplodere nel riff suonato alla perfezione da Ritchie Blackmore; è proprio in questa canzone che tutti i componenti dei Deep Purple danno il meglio di loro stessi, suonando una tra le migliori canzoni dell’album. Una canzone che sa molto di Rhythm And Blues, ma sempre con fraseggi hard rock tipici dei Deep Purple, qui il cantante Ian Gillian sfodera una prestazione eccelsa arricchita dall’uso dell’armonica, sette minuti e 22 secondi di pura magia.

L’ultima canzone, Space Truckin’, è un vero e proprio inferno elettrico, dove Ian Gillian la fa da padrone grazie al suo grandissimo carisma e alle sue doti canore.

Machine Head è il classico esempio di cosa sia un disco dei Deep Purple: canzoni esaltanti, grandi individualità e cura di ogni singolo secondo delle canzoni.

Buon ascolto!

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