Diritto di sapere. Decreto dignità.

Decreto dignità e riforma del mercato del lavoro.

Non entrerò nel vivo della normativa perché capisco l’indigeribilità dell’argomento, e vogliate fin d’ora scusarmi se, con tutti gli sforzi possibili, risulterò comunque un tantino pesante.

Il Decreto Dignità, che certamente tutti hanno sentito nominare, ha modificato parte del c.d. Jobs Act (Decreto Legislativo 81/2015), riformando, in particolar modo, la normativa in tema di contratti di lavoro a termine. Mentre il vecchio Jobs Act prevedeva che un contratto di lavoro subordinato potesse durare al massimo 36 mesi, il nuovo Decreto Dignità, invece, ha stabilito che un lavoratore possa essere assunto a tempo determinato per un massimo di 12 mesi e senza causali. Il contratto di lavoro potrà essere rinnovato per una durata superiore ma comunque non superiore ai 24 mesi e solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:

  1. a) esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
  2. b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

So quello che state pensando. Che queste espressioni sono troppo generiche e chissà il casino che si combinerà. Del resto, qualsiasi datore di lavoro potrà facilmente sostenere che la propria impresa abbia bisogno di incrementare l’attività o che ci siano delle esigenze temporanee extraordinem. E il gioco è fatto. Beh, in effetti questa formulazione letterale, buona per tutte le stagioni, rischia davvero di lasciare ampi margini di discrezionalità interpretativa al giudice del lavoro, con un potenziale di contenziosi davvero rilevante. Ma per quello, i Romani hanno creato gli Avvocati.

Tornando a noi, se il contratto di lavoro a tempo determinato dura più di 12 mesi e non sussistono le condizioni viste sopra (esigenze temporanee e bla bla bla), il contratto si trasforma a tempo indeterminato da quando viene superato il termine di dodici mesi. Allo stesso modo, qualora il limite dei ventiquattro mesi venga superato, per effetto di un unico contratto o di una successione di contratti, il contratto si trasforma comunque in contratto a tempo indeterminato dalla data di tale superamento. Che sia chiaro: tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore non possano intercorrere rapporti di lavoro che superano la durata massima di 24 mesi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale, ma nulla vieta che il datore di lavoro possa assumere il medesimo lavoratore con un nuovo contratto a tempo determinato, in categorie legali differenti, aggirando così il limite massimo di durata. Anche questo, un bel casino.

La nuova normativa si applica ai contratti di lavoro a tempo determinato (esclusi quelli con le Pubbliche Amministrazioni) stipulati dopo l’entrata in vigore del Decreto Dignità (Luglio 2018) e ai contratti di lavoro a tempo determinato che, stipulati prima di questa data, verranno rinnovati e prorogati dopo il 31 Ottobre 2018.

Le altre novità del decreto riguardano poi i licenziamenti intimati dopo il 14 Luglio 2018.

Sono novità che non incidono sulla materia dei contratti, se non per il fatto che aumentano il quantum del risarcimento economico dovuto dal datore al lavoro al lavoratore che viene illegittimamente licenziato.

Detto molto ma molto in sintesi, nel caso di licenziamento giudicato illegittimo da parte del giudice, il lavoratore avrà diritto ad essere riassunto nel posto di lavoro. In alternativa, il proprio datore di lavoro dovrà corrispondergli una somma, denominata appunto indennità sostitutiva, il cui importo oscilla tra un minimo ed un massimo di mensilità di retribuzione, stabilite per legge.

Per le aziende con più di 15 dipendenti, il Jobs Act prevedeva che l’indennità sostitutiva dovesse corrispondere da un minimo di 4 fino ad un massimo di 24 mensilità.

Il Decreto Dignità ha aumentato questo range, innalzando il minimo a 6 mensilità ed il massimo a 36 mensilità. Per le aziende con meno di 15 mensilità, invece, l’indennità andrà da un minimo di 3 mensilità fino a un massimo di 6.

Infine, ai datori di lavoro privato che negli anni 2019 e 2020 assumeranno lavoratori under 35 è riconosciuto, per non più di 36 mesi, l’esonero dal versamento del 50% dei complessivi contributi previdenziali, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’INAIL, nel limite massimo di 3.000 euro su base annua, riparametrato ed applicato su base mensile.

Il contrasto alla precarietà è un obiettivo che va perseguito con costanza e convinzione. Non è eludibile e non è sottovalutabile da qualsiasi Governo. Il problema non è dunque se contrastare o meno la precarietà, ma quali siano gli strumenti che si scelgono per centrare questo delicatissimo obiettivo. E l’incertezza generale non può essere semplicisticamente eliminata con un decreto, ma solo da una netta ripartenza dell’economia che si spera arrivi presto.

E a noi, a cui è demandato purtroppo il ruolo di attori/spettatori non resta che dire: “ai posteri l’ardua sentenza”.

Gabriella Motta

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