Diritto di sapere. Diritto all’oblio.

Spesso il mondo del diritto spaventa piuttosto che affascinare. Forse perché lo si conosce poco, forse perché si ha l’idea che esso sia sempre collegato ad un litigio -sia pure tra condomini, tra colleghi o per un una multa non dovuta, ma pur sempre un litigio. O forse, perché non lo si comprende appieno. Allora, potrebbe essere stimolante condividere idee e pensieri su molteplici argomenti, parlando di fatti quotidiani, di tematiche scottanti che riguardano il mondo del diritto e, perché no,anche delle esperienze personali.

Lo scopo è quello di presentare aspetti diversi del mondo giuridico, parlando di tutto ciò che ci vede protagonisti all’interno della società, della famiglia, del mercato del lavoro e cercando di tradurre in un linguaggio comprensibile i nostri diritti e le nostre leggi, così da scoprire quanto il diritto faccia parte delle nostre vite anche se a volte non lo vediamo e, chissà, magari riuscire ad appassionarsi.

Dato che il diritto è in continua evoluzione, come primo articolo della rubrica ho pensato di trattare del diritto all’oblio (deriva da obliare, dimenticare), ovvero il diritto di un individuo ad essere dimenticato, o più correttamente, a non essere più ricordato dalla collettività per fatti che in passato sono stati oggetto di cronaca.

Uno strumento che è stato creato di recente per evitare che venga macchiata per sempre la reputazione di chi diventa protagonista di una notizia di cronaca diffusa sul web.

Da molti anni internet ha sconvolto, nel bene e nel male, le nostre giornate. Si è arrivati a collegare persone distanti e a permettere di scambiare dati in sicurezza e velocità. Un po’ come fa il cervello umano con le connessioni sinaptiche, internet utilizza collegamenti ipertestuali per connettere e immagazzinare i dati inseriti da chiunque, in qualunque parte del mondo ed in qualsiasi lingua. C’è chi ha brillantemente paragonato internet alla tela del ragno, perché ogni informazione che viene immessa, scambiata e diffusa in rete ne rimane impigliata.

Accanto al diritto ad informare, lo sappiamo, vi è il diritto ad essere informati, il che consente la diffusione di notizie che possono talvolta ledere l’onorabilità di un soggetto. Si pone allora il problema di bilanciare due esigenze opposte, da un lato quella della privacy o della riservatezza, dall’altra il diritto alla libera manifestazione del pensiero, tutelato dall’art. 21 Costituzione e di cui è espressione la libertà di informazione.

Affinché non sia necessario il consenso dell’interessato al trattamento dei dati personali, occorre però che la diffusione della notizia risponda a precisi criteri, quali la verità del fatto esposto, l’effettiva sussistenza di un interesse pubblico alla conoscenza della notizia e la forma nell’esposizione della notizia, che non deve essere offensiva.

Sebbene astrattamente si possa divulgare pure dopo un rilevante lasso di tempo una notizia che in passato era stata legittimamente diffusa, è tuttavia necessario verificare l’interesse sociale alla conoscenza della notizia nella sua attualità.

Da un lato,infatti, il diritto di cronaca permette di raccontare vicende considerate di interesse collettivo nel momento in cui esse accadono. Dall’altro, i protagonisti di queste notizie sentono il legittimo desiderio di rientrare nell’anonimato ed essere dimenticati dal pubblico quando i fatti che li riguardano sono stati acquisiti dalla collettività in modo definitivo. La società non ha l’interesse ad una notizia che non sia più attuale e continuare a diffonderla sarebbe inutile, oltre che dannoso, perché si violerebbe la reputazione di coloro che sono coinvolti dalla vicenda.

Il diritto all’oblio è tutelato dal Codice in materia di protezione dei dati personali: l’art. 7, terzo comma, lett. b) consente infatti all’interessato di richiedere al titolare del trattamento la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati personali, se trattati in violazione alla legge o se non è più necessaria la loro conservazione in base agli scopi perseguiti; l’art. 11, primo comma, lett. e) dello stesso Codice prevede che i dati personali di un soggetto siano conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti.

Quando la collettività è stata legittimamente informata e la notizia è stata definitivamente acquisita, la reputazione di un soggetto non può dunque essere offesa ancora e le proprie, passate, vicende personali non devono più essere pubblicamente rievocate.

È più semplice a dirsi che a farsi, direte voi.

Ma, tranquilli, al resto penseranno gli Avvocati.

Gabriella Motta

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