Don Chisciotte del nostro tempo, in terra di Sicilia

La nostra Didone ha debuttato, fra timori, tremori,  turbini di adrenalina, pacche sulle spalle, applausi, chilometri macinati su e giù per le sgarrupate strade di Sicilia. Ha debuttato in due teatri piccoli con un comune denominatore, quello di essere realtà culturali coraggiose, portate avanti da folli sognatori, capaci di guardare in faccia la povertà della realtà che ci circonda e di farsi una risata contro ogni fosca, prevedibile previsione. In Sicilia la cultura perde. Non perché non ce n’è, no. Perde perché troppi, ancora, pensano che di cultura non si possa vivere, che teatro, musica, arte, siano lussi per pochi, che ciò che conta siano il guadagno, il lavoro, l’utile; che arte e ricerca siano puri esercizi di stile, a uso e consumo di personaggi eccentrici, ragazzi sovvenzionati da papà e mamme benestanti, o  che il teatro sia una specie di cotechino da consumare precotto, in una veste di leggera, narcotica superficiale vacuità, che il teatro è teatro solo quando mette in scena nomi che strizzano l’occhio al pubblico assuefatto al soporifero universo televisivo, che le attività artistiche siano mezzi da usare in maniera spregiudicata da politici, vecchi e nuovi, che cavalcano l’onda della scelta di campo culturale dietro cui si cela, semmai,  tutt’altra smania, quella del successo elettorale.

Intanto, il Sole 24 ore pubblica l’annuale classifica della vivibilità delle città italiane: lo fa secondo parametri ben noti. Enna e il suo territorio si piazzano stabilmente agli ultimi posti. Ecco, in casi come questi, mi piacerebbe essere come la Didone che porto in scena in queste ore, capace di ridere in faccia a Jarba, incarnazione del potere costituito e  predatorio; una donna che immagina, con passo distonico e scatto femminino, una soluzione diversa, in un mondo votato al disincanto, un mondo che ti fa credere che è inutile illudersi, tanto i giochi oramai sono stati fatti e tu ne resterai per sempre fuori.

No, io non ci credo. Fortunatamente a non addomesticarsi a una realtà rassegnata e stagnante, sono ancora in molti. In questo articolo farò dei nomi: pochi cenni, non conosco a fondo le loro storie, ma mi piacerebbe instillare una curiosità forte, contagiosa, diffusiva, in modo tale da potere smentire i rassegnati, gli scettici, i dubbiosi, gli ipercritici, gli apocalittici. Parto da ciò che ho visto e vissuto sulla mia pelle. Nella memoria è ancora presente l’eco degli applausi e dei consensi: il teatro d’essai La Condotta diretto da Michele Celeste, nel cuore di San Cataldo. Un piccolo teatro mondo. Dimensioni minuscole, ma un pubblico di giganti: età diverse, un gusto affinato dalla visione di opere di buona qualità, il piacere della convivialità che si protrae anche dopo lo spettacolo, intorno alla tavola, davanti a un piatto di spaghetti fumanti. Anche questa è resistenza, capacità di sfidare le leggi della capienza e del guadagno, per cercare di affermare il primato della profondità. Continuo con l’interessante rassegna teatrale “Mariuccia Linder – Una vita per il teatro, il teatro per la vita”, organizzata dall’Associazione culturale TeatrAnima di Agrigento, guidata con dedizione da Salvatore Di Salvo  e Salvo Preti, all’interno dello storico Teatro della posta vecchia di Agrigento, diretto da Giovanni Moscato.

Per un attimo lascio il teatro e penso a Gabriele Virzì, giovane pianista di Aidone, che dopo esperienze europee di prestigio, decide di ritornare in Sicilia, in campagna, e non una campagna qualsiasi, ma sul  suolo sacro e gravido di reperti e tracce di antico di quel territorio, e lì avvia l’attività della sua Associazione culturale “All’improvviso”,  che diventa centro catalizzatore di artisti che arrivano da tanti luoghi del mondo e offrono la loro arte nell’aura magica della terra della dea di Morgantina, richiamando pubblico, al punto da spingere Gabriele a realizzare una manifestazione, il CORI Festival – Il festival del viaggio e dei viaggiatori.

Potrei continuare con altri nomi, e lo farò: incontro quasi quotidianamente, sul mio cammino, persone straordinariamente folli e visionarie, piccoli grandi Don Chisciotte del nostro tempo,  e con loro condivido il privilegio di sognare ciò che potrebbero essere questi luoghi. Di quanta sudditanza ci si deve liberare, prima di spiccare il volo? Di quali occhi abbiamo bisogno per vederci diversi? Forse degli occhi di chi è andato via, ma è ritornato per cercare risposte qui, in questa terra che è sempre così, irredimibile e maledetta dalla troppa bellezza? Non lo so. Scrivere di queste vite mi aiuta, nei momenti di sconforto, a dire a me stessa, che non tutto è perduto, che forse qualcosa e qualcuno si salva, e ci salva. 

Elisa Di Dio

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