Donne ammazzate: ieri, oggi, sempre?

di Elisa Di Dio

Fa  male  tornare a scrivere di donne ammazzate. Nella mia terra. Per mano di uomini. Fa male leggere articoli scritti da cronisti che raccontano utilizzando una terminologia che, da sola, ammazza le donne, la loro memoria. Non ce l’ho con loro, sono figli di una cultura che da chissà quanto tempo oramai, impone l’utilizzo dell’aggettivo passionale accanto al sostantivo delitto, ripetendo la formula ossessivamente, senza alcun guizzo di fantasia, o ripensamento sul valore delle parole.  L’evidente ossimoro serve a spiegare, d’accordo, ma spiegando quasi si giustifica.

È un ragionamento che spesso si struttura senza cedimenti apparenti: se uccidi perché spinto dalla passione forse sei un po’ meno assassino? Forse meriti attenuanti, forse eri confuso a causa della gelosia, forse l’amore può quasi sublimare l’orrore compiuto su un corpo? E così, di giustificazione in giustificazione, magari accade che quello su cui si infierisce con colpi precisi, pesanti, laceranti, non possieda più l’evidenza di un corpo, ma si trasformi in  “cosa”. Nell’omicidio la donna sembra reificarsi, diventa un oggetto. Solo così si potrebbe spiegare la crudeltà con cui gli uomini, mariti, fidanzati, compagni, amanti, provano ad annullarla. La facilità con cui si assolvono imputati di delitti atroci compiuti su donne, starebbe a confermare questa tesi. La mentalità degli assassini è la mentalità dei giudici, anche donne. È un sentire comune, retaggio di un passato che mai si è fatto carico di sovvertire ruoli, e adesso si impone con la violenza, contro il risveglio femminile degli ultimi decenni.

Si chiamava Loredana Calì, era una quarantenne bruna, graziosa. Riesco a conoscere Loredana grazie a facebook, che a volte mi appare come un immenso cimitero di foto profilo divenute lapidi, finestra digitale su cui si consuma l’ultimo, inconsapevole sorriso prima dell’esecuzione. Dall’altro lato sta invece  l’assassino che scrive sulla sua bacheca che la vendetta è un piatto che va servito freddo. La tragedia scorre sulla timeline del social più utilizzato al mondo e si incrocia con milioni di aggiornamenti, foto delle nostre vite pixellate, like sparsi a caso. È così banale il male, così capace di scorrere accanto a quiz, ricette, condivisioni?

Non si uccide perché si ama, se uccidi  sei solo un assassino. E basta.

Piango stasera, e mi arrabbio, perché siamo sole. Non bastano le fiaccolate, non bastano gli spettacoli, non bastano le denunce in solitaria. Deve cambiare il mondo fuori e dentro di noi, devono cambiare le parole e i pensieri sul maschile e sul femminile. Devono cambiare le madri, per far sì che cambino i figli.

Ripenso a questo nuovo delitto, proprio mentre in questi giorni scrivo un testo teatrale su un’altra storia di donna ammazzata, tanti anni fa,  in una campagna nei dintorni di Nissoria, il 30 giugno del 1999. Elisa Valenti era una ragazza di ventidue anni. Viveva a Leonforte e anche lei,  a suo modo, è morta per amore.

Ammazzata dalla Mafia, è caduta, crivellata dai colpi dei killer, perché era innamorata di un ragazzo, Filippo Musica, un delinquente di secondo piano che aveva osato contrapporsi al potere del boss locale, per il controllo di affari poco puliti legati alle macchine da gioco nei bar.

Filippo era il vero obiettivo dei sicari, Elisa è stata la vittima sacrificale. Io questa storia me la ricordo, ero giovane: il delitto dei fidanzatini, così veniva presentato da tv e giornali. Mi fece una grande impressione. A due passi da casa nostra, la mafia ancora una volta smentiva la storia del presunto rispetto verso donne e bambini, si presentava con tutta la sua ferocia, nonostante uno degli esecutori materiali del delitto, abbia avuto lo scrupolo, tardivo, di trascinare il corpo della ragazza dietro un’automobile, nel tentativo di risparmiarla.

Ma non è bastato.  La storia dei due ragazzi è talmente banale nel suo sconvolgente epilogo di sangue, da non avere meritato neanche l’attenzione dei media. Se ne parlò, a suo tempo, ma poi sulla povera Elisa, è caduto il silenzio, quasi fosse una morta di serie B. Invece la sua vita, bruciata in una tempesta di colpi fatti esplodere da un commando di quattro uomini, con a capo il boss locale dell’epoca, Rosario Mauceri, ancora oggi reclama un pensiero più ampio e meno superficiale delle poche parole impresse su trafiletti di cronaca oramai ingialliti.
Se sei donna, innocente, innamorata e vivi nell’entroterra di un paesino siciliano, come minimo meriti di essere dimenticata. E questo fa rabbia. Ho ricomposto i pezzi del puzzle con la faccia di Elisa Valenti grazie a Josè Trovato, giornalista e  amico, autore di un libro a mio avviso fondamentale per comprendere le dinamiche mafiose del nostro entroterra, fra Enna, la sua provincia e Caltanissetta. Josè è un professionista che non riporta notizie già masticate da altri, standosene defilato. Josè è andato a fondo del fenomeno mafioso, scoprendo trame e raccontandole con lucidità, senza omissioni. A causa di questa sua attività di serio cronista è stato minacciato più volte. Ho pensato e scritto subito a lui, quando, incuriosita dal silenzio sulla storia dei due ragazzi ammazzati in un casolare di campagna, tanti anni fa, mi sono voluta impegnare nella scrittura di qualcosa su quel delitto, e così è capitato che lui mi abbia  risposto tempestivamente, fornendo ulteriori dettagli. A breve concluderò la stesura di questa storia che per ora monologo non è, ma corale accusa di voci contro la mafia i suoi ricatti, la sua miseria.

Intanto l’IPS Federico II di Enna, scuola capolfila della rete degli istituti superiori ennesi, parte con un progetto sulla legalità: da parte di tanti studenti e docenti è nata la volontà di recuperare la memoria di donne, ragazze, bambini, vittime incolpevoli della mafia. Vi terrò aggiornati, gli eventi saranno tanti. Mi piacerebbe una partecipazione collettiva, una presenza forte come un no detto ad alta voce a tutto il male che si sedimenta nel cuore del nostro tessuto sociale. Il liceo artistico Cascio  sta preparando una installazione in ricordo di Elisa, un modo creativo ed emotivamente coinvolgente per tenere in vita una memoria colpevolmente sopita.

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