Dumbo di Tim Burton

di Salvatore
Di Venti

Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2019
Durata: 112 min
Rapporto: 1,85 : 1
Genere: fantastico
Regia: Tim Burton
Soggetto: storia di Helen Aberson
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Produttore: Justin Springer, Ehren Kruger, Katterli Frauenfelder, Derek Frey

Appassionato di cartoni della Disney, non avrei mai potuto perdermi l’ultimo lavoro di uno dei miei registi preferiti, Tim Burton, che ha realizzato il remake in live action del capolavoro di Walt Disney Dumbo – L’elefante volante. Il tenero elefantino, dal 1941 (anno di uscita del cartone animato Disney) a oggi, ha portato non pochi bambini nel vortice delle sue avventure – o forse sarebbe meglio dire disavventure – di cucciolo deriso dagli elefanti più grandi a causa delle sue smisurate orecchie e discriminato in quanto visto come “diverso”.

Tristi esperienze ma grandi rivincite da parte di Dumbo, che riesce a trarre vantaggio da ciò che gli altri ritengono essere un difetto, conquistando la fiducia degli spettatori e dei membri del circo dove il piccolo è nato e cresciuto.

«Dumbo sono io», così, paragonandosi all’elefantino, l’eclettico Tim Burton decide di presentarci il suo personale passato, il periodo di emarginazione vissuto a causa delle sue idee bizzarre e allo stesso tempo l’apice della sua fantastica carriera, che proprio quelle idee gli hanno permesso di costruire.

Secondo me il regista con questo film ha deciso di intraprendere una strada tortuosa e in salita, caricandosi di un compito assai arduo: reinterpretare un capolavoro amato da tutti. Chiunque penso, come me sia infatti entrato al cinema portandosi dietro scene, immagini e canzoni del cartone Disney.
Noto subito la differenza tra le due pellicole, nella prima sono costretto a immedesimarmi nell’elefante e condividerne la tristezza, mentre nel film quello che provi non è tristezza, si è più vicini a un sentimento di tenerezza nei confronti di Dumbo ed è invece più facile immedesimarsi con, oserei dire, quelli che sono i veri protagonisti del film: Holt (Colin Farrel) e i suoi due figli Milly e Joe, interpretati da Nico Parker e Finley Hobbins, e i fidatissimi del regista, Michael Keaton e il divertente Danny De Vito rispettivamente nei panni di V.A. Vandevere e Max Medici.

Credo che la semplice delusione – espressa da molti –  dovuta all’assenza di stranezze tipicamente burtoniane non possa essere l’unico criterio per giudicare negativamente il remake, anzi ho apprezzato il modo in cui sono stati affrontati alcuni temi, da quelli sociali a quelli più intimi di ogni singolo personaggio, e ho inoltre ricevuto dal film una piccola carica positiva per poter fare bene nella mia vita di ogni giorno, traendo anche forza da quelli che possono essere i miei punti deboli.
Non mi sento dunque di dare un giudizio tecnico, in primo luogo perché non possiedo competenze specifiche, ma anche perché credo che dire regista sia diverso da dire macchina, e credo che un regista, e in questo particolare caso Tim Burton, deve essere libero, sia in qualità di artista che come persona, di esprimere i propri sentimenti e le proprie idee attraverso il proprio lavoro, anche uscendo da quella che possiamo ormai definire la sua “gabbia stilistica” e percorrendo con coraggio strade diverse.

CHE LA FORZA DI DUMBO SIA CON NOI

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