E se guardare indietro ci facesse andare avanti?

di Elisa Di Dio

Primo articolo di questo 2019, primo punto fermo in questo anno, cominciato di corsa, fra i soliti impegni e le pause candide regalateci da due giornate piene di neve e notizie che, come al solito riempiono di freddo il cuore, peggio e più che le temperature di gennaio.

Siamo sotto assedio, convinciamocene. Siamo senza parole, per la recrudescenza di atti e gesti disumani e di chiara impronta fascista e razzista. Sotto assedio dell’idiozia, del fake world, un mondo a misura di bufala spacciata per verità, un mondo in cui se credi alla scienza sei un mentecatto al servizio delle lobbies del farmaco, e se sui social non posti commenti al sapor di veleno e livore non sei nessuno. Siamo sotto l’assedio di mistificazioni ed esasperazioni, siamo sotto assedio perché viaggiamo su un pianeta stanco, in sofferenza, in riserva di acqua, aria, ossigeno, verde. Un mondo di influencer e fashion blogger che propongono merce e mai anima, un invito continuo e omologante al consumo acritico e globale, che sia sesso, musica, moda a basso costo e ad alto tasso di sfruttamento, che sia tecnologia usa e getta e selfie al silicone, un mondo a misura dell’inquadratura di Instagram, sennò mondo non è, un mondo nel quale siamo felici solo se siamo uguali, con la convinzione idiota di essere diversi.

Il secolo breve ci ha lasciato in eredità il senso del vuoto, la precarietà come status permanente, la percezione della crisi come orizzonte di esperienze con cui misurarsi e da cui partire per darsi risposte. Che dire del ventunesimo secolo, se non che, forse, gli anni che stiamo vivendo sembrano la festa finale del mondo? Un party triste in cui un’umanità arrabbiata, livida, barricata dietro anacronistiche difese identitarie a colpi di muri e conflitti, vede tramontare definitivamente gli ideali di pace, il dialogo fra i popoli, il rispetto per i deboli, a cominciare da donne e bambini. E questo non accade in luoghi lontani, questo accade da noi, fra noi, dentro i confini di un’Europa e di un occidente che, forse con troppo ottimismo, abbiamo additato come culla di civiltà e tolleranza, un mondo che abbiamo creduto perfettibile ma hegelianamente e ottimisticamente votato al progresso. Ok, ora che abbiamo capito che le cose non stanno affatto così, e ce ne siamo fatti pacchi di ragione, ora che abbiamo capito che il pianeta è dominato da uno sparuto gruppo di plutocrati, per giunta carogne, pronti a fare la voce grossa coi deboli e a divorare, con pantagruelica fame, le risorse disponibili del pianeta, ora che abbiamo capito e fatto esperienza di tutto questo, che si fa?

Si riavvolge la pellicola, dico sempre io. Si guarda indietro e si studia il cammino.

Difficilissimo per noi, che siamo bulimici di novità, da consumare in una manciata di secondi, per poi andare alla ricerca di altro. Eppure esiste una dimensione che, seppure bistrattata e relegata al rango di scelta eccentrica e fuori dalle regole del mercato, probabilmente meriterebbe una maggiore considerazione, data la situazione in cui versa il nostro tempo. Mi riferisco alla cultura classica e in questa mia nota prendo spunto da una data, l’11 gennaio, che da qualche anno a questa parte, è diventata quella dell’appuntamento fisso con la realizzazione di un evento che vede coinvolti sul territorio nazionale numerosi istituti: parlo della Notte nazionale del Liceo classico, manifestazione nata dall’idea di un docente di Acireale, il professore Rocco Schembra, per approfondire, attraverso reading, conferenze, dibattiti, momenti di festa aperti a tutti, non solo agli studenti, i valori della civiltà classica.

Puro anacronismo. Ma necessario. Si pensa di solito al mondo classico come al mondo dell’armonia, dell’esaltazione della bellezza, alla patria della democrazia. È tutto vero, questo, ma non è solo questo che fa di quel mondo un modello paradigmatico a cui guardare per interrogarsi e, se possibile darsi risposte. Il mondo antico, come ogni tempo, è stato un impasto problematico di contraddizioni: conquiste di pensiero e civiltà convivono accanto a nefandezze e atrocità. La democrazia nasce e fa i suoi primi passi in Grecia dove, contemporaneamente ai potenti appelli di Pericle alla partecipazione attiva alla vita politica, si attua la completa sottomissione di interi gruppi sociali, attraverso l’esercizio sistematico della schiavitù e una misoginia feroce relega la donna a un ruolo subalterno, di sicura inferiorità. Però. Però, non togliete a noi uomini e donne di questo tempo, il piacere di pensare al mondo classico come a una dimensione di pura, distensiva bellezza. Sarà stata colpa dei viaggiatori del Grand Tour, che ci hanno consegnato un’ immagine luminosa della grecità e del mondo romano, o forse dei contemporanei, penso a Marguerite Yourcenar, alle sue Memorie di Adriano, o al Pavese dei Dialoghi con Leucò. Fatto sta che quello che emerge, incessante, purissimo, ininterrotto, è l’appello inesausto a raccontare il mondo e l’umano attraverso il pensiero, e a trasformare tutto questo incessante lavorìo, in gesti di nuda, pacificante bellezza, partendo dalla parola e dalla fede sicura che parola e bellezza possano spiegare il mondo e renderlo meno insensato. Insomma, per farla breve e nemmeno troppo astratta, ogni pietra, ogni frammento di testo in lingua greca o latina, tutto l’epos omerico, ogni verso dei lirici, le storie e i personaggi dei tragici, è come se avessero il potere di dirci, ancora oggi, con forza, una cosa che io immagino suoni così: “Noi ci abbiamo provato a sognare in grande, ci abbiamo provato a cercare di intercettare il senso di questo gioco assurdo che è la vita, e una forma al caos che sta dentro e fuori di noi abbiamo provato a darla. Che noi non siamo perfetti è sicuro, ma è altrettanto sicuro che possiamo pensare a cose perfette, di una bellezza struggente, capaci di scatenare guerre, sì, ma anche di fermarle, è sicuro che siamo capaci di far parlare fra loro il divino e l’umano e un po’ di umano lo abbiamo visto nel divino, e viceversa. Abbiamo provato a dare valore al nostro tempo credendo nella bellezza, che non è superficie, ma essenza delle cose e che sta nel fregio di un capitello, in un atto di pace, ma anche nella ferocia di una battaglia, in un canto d’amore o di lutto, in una vela che fa ritorno a un’isola per troppo tempo desiderata e lontana”

Tutto questo pezzone, forse un po’ noioso, è la sintesi di quello che penso del mondo classico. È quel nodo alla gola che mi si forma ogni volta che mi trovo a leggere, a guardare, o quando provo a raccontare una delle tante storie di quel mondo, in teatro. Quindi, per farla ancora più breve, l’11 gennaio, a Enna, il liceo classico Napoleone Colajanni vi racconterà il sogno della bellezza fatto duemila e cinquecento anni fa, o giù di lì. Chissà che non è da lì, dalla sfida fra parola e bellezza, che si debba ricominciare, per provare a rimettere in piedi un’idea di umanità? Io, fossi in voi, un salto a scuola e a teatro, lo farei.

Museo Archeologico Nazionale di Napoli

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