El pais roto. Intervista a Juan, uno dei cocci sparsi del paese rotto.

di Rosamaria Randazzo

È il 30 marzo 2017 e il popolo Venezuelano apprende che il Parlamento è stato svuotato di quelli che sono i suoi poteri legislativi. Maduro, il presidente in carica, annuncia la nascita dell’istituzione che ne prenderà il posto: l’Assemblea Nazionale Costituente, sotto il  controllo del governo stesso.

Ne “El Pais Roto” si intrecciano cinque storie di attivisti di entrambi gli schieramenti politici, a dimostrazione che Pais Roto non si riferisca soltanto alla situazione economica disastrosa in cui versa il paese, ma anche alla frattura sociale che si è creata.

Juan è un ragazzo venezuelano di 33 anni. Da due vive a Santiago del Cile e, insieme alla sua ragazza Michell, lavora come barista nella caffetteria della facoltà di Architettura dell’Università del Cile. Ed è lì, nei mesi in cui sono stata studentessa presso quella facoltà che li ho conosciuti.

L’intervista che segue non è solamente un momento di analisi e riflessione di chi in Venezuela è nato e cresciuto, ma anche l’occasione e la speranza di far conoscere la condizione di instabilità e disperazione di un paese che, non avendo loro molto da offrire, li ha visti costretti a emigrare.

Per quale ragione hai lasciato il Venezuela?

Credo che la situazione che il Venezuela sta attraversando oggigiorno sia nota a tutti. Ci sono due tipi di emigrazione: quella di chi va via dal proprio paese per scelta, perché vuole conoscere il mondo o fare un lavoro diverso e l’emigrazione che tocca noi venezuelani, costretti ad abbandonare il nostro paese per la condizione in cui si trova.

Come è la situazione in Venezuela in questi giorni dopo quella che Guidò chiama “protesta pacifica” e altri chiamano tentativo di Golpe? Qual è la tua opinione?

Dipende dal punto di vista con cui la si osserva. Non si può negare che in Venezuela le opinioni siano divisive. Esiste un forte assedio mediatico gestito dal governo attuale di Nicolas Maduro: TV, Radio, rete sociale. Da queste fonti, che proteggono e difendono l’interesse del Governo è stato, appunto, definito e considerato “Golpe” di Stato. Considero Guaidò un personaggio emergente. Attivista di un partito ben noto (Voluntad Popular). Personalmente, credo che le sue intenzioni politiche siano abbastanza chiare e dirette, basate su una protesta pacifica volta al cambio di governo attuale. Non so, sinceramente, fino a che punto essa possa mantenersi pacifica, in quanto la polizia è schierata con Maduro.
Penso che senza la partecipazione popolare alle proteste e manifestazioni non possa esserci alcun tipo di cambiamento. L’ultima protesta, del 30 aprile, è stata definita Golpe in quanto, per la prima volta, è stata confermata la presenza di alcuni militari all’opposizione. Credo che il principale tema su cui ci si debba focalizzare, però, sono i 4 milioni di venezuelani emigrati (su 30 milioni di abitanti).

Cosa sta succedendo negli ultimi anni in Venezuela?

Ciò che sta succedendo negli ultimi anni in Venezuela è tanto complesso che anche io ho perso i punti di riferimento verso molte cose.
La maggior parte di notizie le apprendo dai miei genitori che continuano a vivere lì.
Uno dei problemi che più sta affliggendo il mio paese è quello del salario minimo; la maggioranza della popolazione riceve il salario più basso del mondo (che equivale a meno di 3 dollari al mese). In tutto ciò, una scatola di uova vale 6 dollari. In Venezuela, con un salario mensile, non riesci a coprire nemmeno il costo di una scatola di uova.
Nemmeno io riesco a spiegarmi come la gente faccia a sopravvivere.
Negli ultimi anni c’è stata una grande diminuzione della qualità della nutrizione.
I danni che il paese sta subendo non riguardano più solo l’ambito sanitario ed economico, ma soprattutto sociale.

Quando la stabilità del paese è iniziata a crollare?

Credo che i problemi di stabilità economica esistessero già con il governo di Rafael Caldera, governo di destra, sebbene fosse definito come “Democracia cristiana”. Tra gli anni ‘60, ‘70 e ‘80 ci fu un’immigrazione importante di europei in Venezuela, che ancora oggi sono radicati nel paese. Era un paese in cui si poteva vivere.
È tra i paesi con le maggiori riserve di petrolio al mondo e, nonostante sia la principale fonte di ricchezza, non riesce a stabilizzare la sua situazione economica, gettando la popolazione sul lastrico. Il problema credo risieda proprio nella cattiva amministrazione. Dopo Caldera, infatti, il Governo socialista di Hugo Chavez ha imposto un cambiamento volto alla ridistribuzione dei poteri, basato su una società più egualitaria. Non ti nego che è stata molta la gente che ha creduto nei suoi ideali, nella sua politica, nelle sue azioni.
Io penso che molte delle promesse fatte non siano state mantenute.
Il paese aveva già dei problemi, ma la testimonianza che posso dare io, che ho 33 anni e ho conosciuto un poco del governo precedente a Chavez, è che la qualità di vita che aveva un venezuelano medio in Venezuela fosse eccellente.
Chiaramente penso che non sia responsabilità di un solo governo, ma le scelte del governo Chavez sino a quello attuale hanno portato al crollo economico del Venezuela.

Partiamo dall’inizio, mi puoi spiegare come si è arrivati a questa situazione?

Come ho detto prima, Chavez sale al potere come leader emergente, con l’intento di eliminare le disparità sociali che innegabilmente esistevano in Venezuela. Le politiche da lui attuate, però, con il passare del tempo non hanno portato ad alcun cambiamento.
In Venezuela chi possedeva tanto lo aveva guadagnato con il sudore del suo lavoro.
A chi possedeva tre case, ne veniva espropriata una per darla alle persone che non ne avevano. Non so se questa cosa sia un bene o un male, però penso che per ottenere qualcosa sia necessario lavorare, non sperare che te la regalino. E così è successo con le grandi aziende. Le fabbriche sono state espropriate, tolte ai loro proprietari e date ai lavoratori. Forse qualcuno potrebbe vedere questo anche come un beneficio; ma le imprese che contribuivano solidamente alla stabilità economica del paese (aziende come quella del riso, farina, zucchero) oggi non funzionano perché sono state espropriate.

Come è attualmente la situazione nel vostro paese per quanto riguarda le risorse? Cibo, medicine, elettricità?

La situazione attuale in Venezuela è più complessa di quanto ci si aspetti.
Io vivo da due anni a Santiago del Cile. La mia famiglia mi aggiorna su quello che quotidianamente succede nel mio paese e a volte rimango incredulo.
Il governo Maduro sostiene di essere sotto un blocco economico (nonostante sia stato dimostrato internazionalmente che non sia la situazione reale. Ci sono stati tentativi di aiuti umanitari che il governo stesso ha respinto). In Venezuela il rischio di contrarre malattie, anche le più semplici, è alto.
Purtroppo le farmacie non sono fornite dei farmaci e medicinali necessari a curare anche la più semplice delle influenze. Così come vuoti sono la maggior parte degli scaffali dei supermercati.
È triste parlare così del paese dove sono nato e cresciuto,  perché ho il ricordo di un paese completamente differente. Non è più il paese che ho conosciuto, in cui sono nato. Non è più lo stesso paese. Recentemente c’è stato un blackout nazionale di 9 giorni; 9 giorni in cui non ho avuto notizie dei miei familiari, delle loro condizioni di salute, di cosa stesse accadendo.
Il governo dà la colpa agli Stati Uniti, ma, per fonti dirette (mio padre ha lavorato 30 anni nell’impresa produttrice e distributrice di elettricità in Venezuela) so che è da anni che non avvengono le manutenzioni corrette e che i soldi che avrebbero dovuto essere spesi per i controlli, sono invece stati rubati.

Nicolàs Maduro

All’estero Maduro è una figura polarizzante.  Da alcuni è ritenuto un dittatore feroce e altri pensano stia difendendo il paese da tentativi esterni di destabilizzare. Qual è la vostra idea e come è visto in generale in Venezuela?

In Venezuela, senza dubbio, la figura di Maduro è vista come quella di un dittatore feroce. L’unico luogo in cui si sente parlare di Maduro come presidente che governa per il suo popolo è l’informazione trasmessa dallo Stato. Accendendo il televisore, si sente parlare del Venezuela come se fosse un paese stabile e sereno sotto tutti i fronti. Ma se ti fermassi a parlare con la gente del luogo o con i venezuelani che sono scappati dal paese, l’idea che questi hanno di Maduro è di un dittatore e la sua azione politica genera un discontento nazionale.
Pare che i risultati delle ultime elezioni siano stati modificati a favore del governo. Il sistema di votazione in Venezuela è un sistema automatizzato, gestito da una azienda chiamata Smartmatic. Durante le ultime elezioni la stessa compagnia ha rilasciato un comunicato in cui invalidava il risultato delle elezioni poiché non era stata fatta la manutenzione necessaria al corretto funzionamento del sistema. Se ci fossero elezioni gestite manualmente, con osservatori internazionali, insomma delle elezione trasparenti, Maduro avrebbe gran parte della popolazione contro.

Alcuni pensano sia una pedina nelle mani degli Stati Uniti. Qual è la vostra opinione su Guaidò?  Che ne pensate di questo e del suo appoggio da parte di Trump? E come è visto in generale in Venezuela?

Senza dubbio gli Stati Uniti hanno interessi economici in Venezuela e in molti altri paesi. Non si può negare che la loro sia una delle maggiori potenze mondiali. D’altra parte non sono l’unico paese ad avere interessi economici in Venezuela. Se parliamo di interessi, in Venezuela, oggi, metà del Roraima (un monte venezuelano al confine con Brasile e  Guyana) è in mano ai cinesi. Tepuy è una ecoregione (dell’ecozona neotropicale del  Venezuela, in cui si trova il monte Roraima) dove si svolge principalmente attività di estrazione. In passato, l’attività era principalmente gestita dagli abitanti del luogo. Adesso, è principalmente in mano al governo cinese a discapito dei cittadini venezuelani a cui è stata negata la possibilità di lavorare da parte del governo Maduro. Se di interessi quindi stiamo parlando, anche la Cina è intromessa.  Così come la Russia. Così come Cuba.

Juan Guaidò

Avete partecipato a qualche manifestazione? Conoscete qualcuno che ha preso parte a qualcuna di queste? Cosa vi ha raccontato?

Credo che tutti i venezuelani che si sono trovati costretti a emigrare dal paese abbiano preso parte ad una manifestazione. È il primo passo per cercare di tirarci fuori dalla dittatura di questo governo. Io, come venezuelano, vivendo oggi a Santiago del Cile, ho la fortuna di avere una qualità di vita migliore di quella che mi avrebbe atteso in Venezuela.  Mi sento un poco codardo; a volte mi soffermo a pensare che come cittadino avrei dovuto lottare e combattere per il mio paese. Forse egoisticamente, nell’attesa di un futuro migliore per me e la mia fidanzata, abbiamo scelto di abbandonare le difficoltà in cui il nostro paese si trova per cercare di vivere una vita più dignitosa, con la speranza che le cose cambino il prima possibile. Sfortunatamente, protestare e marciare contro il governo significa rischiare ogni giorno la vita. Maduro ha l’appoggio delle forze militari (chiamati Colectivos) che ogni giorno difende il suo totalitarismo. Ed è, inoltre, più che dimostrato (testimoni, video, foto) il loro ricorso alla violenza per sopprimere anche la più piccola protesta pacifica. Il Venezuela ha visto diversi eroi morti difendendo la libertà, ragazzi di 17 anni, di 15 anni, che chiedevano semplicemente di vivere in un paese che desse loro l’opportunità di crescere e avere una educazione che potesse garantire loro un posto di lavoro, un paese dove costruire una famiglia. Oggi tutto questo è impossibile da realizzare in Venezuela.
Tutti siamo scesi per le strade a manifestare per un’idea di cambiamento.
Il Governo dovrebbe ammettere le proprie colpe e riconoscere le inefficienze e gli errori compiuti durante i suoi mandati. Il Governo dovrebbe dare l’opportunità a noi venezuelani di scegliere un nuovo sistema di governo, avere la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.

Quanta è in generale la libertà di dissenso?

Io oggi, non vivendo più in Venezuela, ho la libertà di poter fare questa intervista e dire il mio punto di vista. In Venezuela se esprimessi idee che vanno contro le azioni del governo, verrei ritenuto un traditore della patria, come se partecipassi a un tentativo di Golpe.

Avete preso parte alle ultime elezioni? Avete votato?

Io, fino a quando ho vissuto in Venezuela, come diritto e dovere di cittadino che partecipa attivamente allo sviluppo della società, ho sempre preso parte alle elezioni, contribuendo con il mio voto. Credo che fosse il minimo che potessi  fare.
Tuttavia, non nego che io, come molti dei miei concittadini, votavamo sapendo però che il risultato delle elezioni sarebbe stato manomesso. Il controllo assoluto che lo stato ha in questo ambito è noto a tutti. Sapevamo già in partenza quali sarebbero stati i risultati. Il paradosso è che ognuno è libero di andare a votare, ma chi si schiera contro il governo viene in seguito identificato.
Non è più una sorpresa vedere che, nonostante tutto, a vincere le elezioni sia sempre lo stesso Governo.
Purtroppo, il tema delle continue emigrazioni dal paese, danno un grande vantaggio al Governo, perché a scegliere di andar via non sono i sostenitori di Maduro, ma chi, stremato, decide di partire. Io, insieme a quasi 4 milioni di venezuelani che hanno scelto di emigrare (su 30 milioni totali), abbiamo sicuramente ridotto il numero di oppositori a questo governo.

Quali sono i cambiamenti più evidenti che avete notato nel passaggio tra il governo di Chavez a quello di Maduro? Quali sono secondo voi i fallimenti di questo governo?

Il governo di Chavez, stabilitosi nel 1998, aveva già prodotto tra il 2001 e il 2002 diversi scioperi nazionali e suscitato un discontento del paese.
Dopo soli 3 anni di Governo le promesse non venivano più mantenute.
Il Venezuela è un paese geograficamente strategico, la sua economia si basa principalmente sull’estrazione e il commercio del petrolio.
Molti dovevano essere i progetti da realizzare, molte sono state le inaugurazioni che sono state trasmesse pubblicamente in televisione.
Esisteva un programma televisivo (Aló Presidente) moderato direttamente da Chavez, che era sostanzialmente un canale di propaganda dell’azione politica. Ogni settimana veniva proposto o inaugurato un nuovo progetto: un ospedale, un parco, un’autostrada, una linea ferroviaria. Peccato però che di questi interventi, pochissimi siano stati portati al termine. Molti furono iniziati e mai terminati, alcuni rimasero solamente progetti su carta, altri solo idee.

Cosa ne pensate dei razionamenti alimentari dati a chi è tesserato al partito di governo?

Un Governo attento non lascia che al suo popolo manchino i beni di prima necessità, come il cibo. Penso che questo non possa essere un bene politicizzato, ma debba essere reso alla portata di tutti. Il governo, attraverso un sistema chiamato CLAP (Comité Local de Abastecimiento y Producción) distribuisce ad alcuni cittadini casse contenente cibo.
Il solo fatto che debba essere il Governo a occuparsi della distribuzione e razionamento del cibo e non sia il cittadino stesso a recarsi autonomamente al supermercato e avere la possibilità di scegliere, significa che qualcosa non va.
La mentalità dei venezuelani si è mediocrizzata, perché si ringrazia il Governo per una scatola di cibo (riso, farina, scatolette di tonno, una bottiglia di olio).
Quello di cui il Governo dovrebbe preoccuparsi è di mantenere i salari minimi adeguati a quelle che sono le spese di prima necessità.

Hugo Chavez

Come si comporta la stampa, i mezzi di comunicazione di massa (Internet, Facebook, Instagram) nei confronti del tema? Quanta veridicità? Quanto facilmente si possono trovare fonti attendibili o meno?

Svolgere la professione di giornalista, oggi, in Venezuela è parecchio complicato.
Con il passare del tempo, molti canali televisivi, stazioni radio e giornali sono stati chiusi perché scomodi al governo. Ad esempio, Radio Caracas Television – RCTV – uno dei primi canali creati nel mio paese è stata chiusa nel 2007.
Sono molti i giornalisti scomparsi, molti quelli che sono stati picchiati o a cui è stata tolta la equipe. Adesso le informazioni su ciò che avviene per le strade arrivano direttamente dai manifestanti che, pubblicando foto o video, tentano di informare e denunciare quello che avviene.

Cosa ne pensate dell’intromissione degli Stati Uniti?

La domanda è complessa, perché credo che noi venezuelani abbiamo provato tutte le possibili soluzioni per risollevare le sorti del paese. Oggi il paese vive condizioni di totale pericolo. Caracas è la seconda città più pericolosa del mondo con un tasso di mortalità e criminalità altissimo. Ci sono cifre di morti pari a quelle dei paesi in guerra.
Vedo negli Stati Uniti l‘ultima e unica speranza possibile. Le forze armate sono dalla parte del governo e lo sostengono. Noi cittadini abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Fino a quando le forze armate non si alleeranno con il popolo, non riusciremo mai a cambiare le sorti del paese.

Concentrandoci un po’ più a fondo sul tema precedentemente accennato: qual è il livello di sicurezza garantito nel tuo paese?

Negli ultimi anni, il paese è piombato in uno stato di sicurezza del tutto insufficiente. I miei familiari, che vivono in Venezuela, conoscono veramente molte persone che sono state derubate, che sono state aggredite, alcuni, addirittura, hanno perso la vita a causa della totale assenza di sicurezza.
Fare una chiamata, scattare una foto o registrare un video per strada significa scavarti da solo la tomba, metterti da solo in pericolo. A mia madre è stata recentemente rubata l’auto con la quale tutte le mattine si recava a lavoro. Lavorando in una clinica a 40 minuti di distanza dalla mia città, era necessario e più comodo per lei spostarsi in auto. Adesso è costretta a muoversi con i mezzi pubblici perchè non abbiamo la possibilità economica di poter comprare un’auto nuova.

Torneresti a vivere nel tuo paese? Quali sono le tue speranze sul futuro?

Non è facile rispondere a questa domanda. Certamente, spero di poter tornare a vivere nel paese in cui sono cresciuto. D’altra parte però, come già detto, il Venezuela che conoscevo non esiste più. Il Cile, fortunatamente, sta dando a me e alla mia fidanzata Michell la possibilità di gettare delle solide radici, sia economiche, che culturali, che sociali. Il Cile mi ha permesso, come cittadino di uno stato in difficoltà, di potermi garantire una vita migliore.

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