Elena. 1139 chilometri.

Per ricordarmi dove sono mi basta dare un’occhiata al cielo. Il grigiore a queste latitudini ha una sfumatura ghiacciata, ed è effettivamente un marzo gelido, anche se so bene che in un ambiente nuovo il freddo percepito non sempre ha a che vedere col termometro.

Sono approdata da poco all’interno di un’anomala isola francofona circondata da un mare di fiammingo, e basta questo dettaglio a rendere Bruxelles un luogo particolare. La mia nuova casa ha tante anime: è prima di tutto una tranquilla capitale di uno stato spezzato, in cui l’onnipresente bilinguismo mi frastorna e mi delizia. In più, Bruxelles è il cuore dell’Unione Europea, e per questo è diventata negli ultimi anni metonimia dei peggiori mostri sulle labbra di politici e giornalisti, un retorico assembramento di tecnocrati malefici. Infine, nelle communes brussellesi si mescolano stagisti europei, famiglie turche e comunità arabe, politici, funzionari, panettieri, spazzini, artisti, adolescenti e nonni, un trambusto da grande città multiculturale e pluricentrica.

Ancora mi mancano le categorie di pensiero per riordinare, organizzare e analizzare la società belga. Navigo a vista, in fondo ogni angolo d’Europa è accogliente e compatibile con una giovane mente cresciuta tra le sue frontiere, ma ho comunque la sensazione di allontanarmi dalla terraferma, dai miei approdi di routine e dagli orizzonti familiari. Ho scelto un nuovo inizio, dicendomi che era inevitabile e che in fondo si aggiusta un po’ ogni giorno la rotta verso chi essere e dove andare. Ho deciso di fare un tentativo vendendolo a me stessa come reversibile. Nel profondo so bene, invece, che l’impatto di ogni ora passata qui è permanente.

Nessuno può cancellarmi dagli occhi il mio nuovo appartamento a Schaerbeek, Flagey la sera, la Grand Place, il Consiglio europeo, i parchi e i musei, i waffles e le birre. Ogni posto crea un tassello che si aggiunge alla mia identità, a chi mi sento e a come penso, e lo stesso vale per tutti gli esseri umani e non solo per chi emigra: l’identità non è un monolite uniforme, non può essere incatenata ad un territorio né appiattita su una nazionalità, è solo un diario di esperienze perennemente incompleto e in fase di scrittura. Etichettarla e definirla può essere pratico, ma è una finzione.

E a proposito di identità. Sì, mangio la pasta e amo il vino, ma no, non seguo il calcio, di solito rispetto le file e non chiamo la mamma tutti i giorni. Ne ho avuto la conferma svariate volte: vivere all’estero significa paradossalmente esplorare il perimetro dell’italianità attribuitami dagli altri, del mio essere veneta, cresciuta in campagna, di ogni mia caratteristica non elettiva. Tasto i confini della mia cultura per cercare di scavalcarli, osservo impotente e divertita le mie idee scontrarsi con nuovi scogli, anche e innanzitutto linguistici, indago su quali siano i pregiudizi verso di me nella società dove sono l’elemento estraneo, l’anomalia, la minoranza. Non è solo un esercizio intellettuale, bensì una prospettiva alternativa e ormai quasi uno stile di vita. Sentirsi straniero e ragionare dai margini costringe all’empatia: considerata la mia traballante pronuncia francese non potrò mai giudicare qualcuno perché non declina i verbi in italiano.

Imparo che parlare una lingua, impersonare una cultura, è questione di abitudine e colpa del Caso, un burattinaio beffardo che ventisei anni fa mi ha piazzato da bebè in un paese a forma di stivale. Non ringrazio né rimpiango: l’Italia è una nota dolente nella melodia europea, ma anche un’inconsapevole, distratta meraviglia che conquista senza nemmeno impegnarcisi e si crogiola in un’aura dorata. La osservo da fuori, con sentimenti misti, poi distolgo lo sguardo. È necessario che io mi concentri sul qui ed ora, sul prossimo passo, sulle scelte contingenti.  

A volte anche il cielo del nord può rivelarsi generoso e regalare sporadiche giornate luminose, scatenando sorrisi di gratitudine e corse al parco. Essere lontana, essere ormai qui, significa soprattutto una cosa: nessun raggio di sole viene dato per scontato.

Elena Caccin

Elena Caccin

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