Ezra Collective – You can’t steal my joy

di Andrea Arangio

Genere :  –

Difficoltá di ascolto*: Facile

Ambiente**: Sottofondo

Partiamo dalle Galettes (Crêpes nella versione dolce). Vi piacciono le Crêpes? Specialmente quelle con la nutella o nutella e banana? La mia preferita è nutella, mascarpone e biscotti secchi. Ma anche quelle salate, con formaggio, prosciutto e funghi. Beh! Insomma io le crêpes le adoro. Al punto che da bambino, quando chiedevo a mia madre di prepararle e finivo per ricevere sempre la solita risposta «No, si sporca la cucina!», io aspettavo che lei uscisse e non solo le preparavo da me, ma mangiavo tutto da solo per poi ripulire senza lasciare alcuna traccia. Ero bravissimo. Ora pagherei tranquillamente quindici euro per una Galette bretone originale (la vita è cara dove vivo!). Ma è sempre una bontà, un po’ croccante ai bordi, morbida al centro, un ripieno cremoso che magari gocciola. Ogni morso può essere un’esperienza. Un piacere non solo fisico (onestamente, nessuno compra le Galettes per saziarsi!). Un piacere che dipende da noi, da quanti dettagli riusciamo a individuare e scorgere a ogni boccone.

Se vi piace la Gallette vi frega essenzialmente poco che la ricetta risalga al Medioevo, che sia stata fatta per la prima volta in Bretagna, che si prepara solo col grano saraceno dato che era l’unica varietà di grano di quella zona in quel periodo. Insomma, la Galette ci piace solo mangiarla, gustarla, assaporarla e spesso non prendiamo sempre la stessa.

Per qualche ragione, a volte, con la musica è diverso. Vogliamo giocare sempre in casa, vogliamo qualcosa che ci risulti famigliare. La musica riempie quasi sterilmente le nostre giornate. E scegliamo quella che si adatta di più a noi, come se fosse un vestito. Limitiamo la selezione in funzione alla provenienza di un gruppo, o perché appartenente a un particolare stile che apprezziamo, o perché, in genere, ricade nei canoni estetici convenzionalmente accettati. Insomma i pregiudizi ci confinano e noi non ci sforziamo di superarli, di pensare alla musica come fonte di ispirazione più che come ripieno asettico della nostra vita.

Quando ci troviamo a sperimentare con la musica, è interessante notare cosa sentiamo, cosa ci comunica. Potremmo scoprire parti sconosciute di noi. Innamorarci di musica chiassosa, dissonante, elettronica. Un esercizio di questo genere aiuta a mettere in discussione i propri gusti, le nostre certezze, la nostra personalità e a sperimentarci.

Il bello del Jazz contemporaneo è esattamente questo. Non ha canoni specifici e non sai mai cosa ti aspetta. Le improvvisazioni sono istinto di comunicazione. Le basi un mix di culture ed esperienze diverse. Devi stare soltanto lì ad ascoltare, ad ascoltarti, sentire se quel pezzo smuove qualcosa dentro di te o no. È l’essenza del vivere la propria vita con lucidità dato che impone all’ascoltatore di capire se quella musica è comunicativa o meno e perché. È vero, forse sto esagerando, ma gli Ezra Collective (clicca qui per visitare la loro pagina) sono stati la fonte di ispirazione di questa mia riflessione. All’inizio di un loro concerto, tra un pezzo e un altro il batterista presenta un loro pezzo dicendo: «Duke Ellington diceva che esistono solo due tipologie di musica, la buona musica e la cattiva musica. Faremo il possibile per ricadere nella prima categoria, ma non giudicateci se per alcuni di voi non ci riusciremo. Piuttosto godetevi quello che vi stiamo offrendo, sentite le nostre vibrazioni. Lasciatevi avvolgere e trasportare, mollate ogni problema e ogni pensiero fuori da questa stanza, prendetevi quello che vi stiamo dando. Lasciate che il vostro corpo si muova insieme a noi, insieme alle persone che vi stanno accanto. Lasciate perdere i vostri schemi mentali e ballate più che potete, gustateci! Questo momento è nostro e mai nessuno ce lo ruberà!».

La presentazione mi ha proiettato verso uno dei concerti più coinvolgenti e musicalmente ricco che io abbia mai visto e ascoltato.

Il gruppo è formato da batteria, basso, tastiere, tromba e sassofono, ma la formazione è variabile. Si sono presentati come amanti del jazz tradizionale ma nati e cresciuti nella periferia sud di Londra degli anni novanta, immersi nell’R&B e nell’hip-hop, ma anche nella cultura Hard Rock e Dance. Il loro lessico musicale è sicuramente forbito e arricchito da mille sfumature. Mi ha colpito anche un’altra loro dichiarazione: «Amiamo Parker, Coltrane, Davis, Rollins ecc…, ma non potremmo mai apportare qualcosa di nuovo da singoli musicisti come accadeva cinquanta o sessanta anni fa. Solo insieme, condividendo le nostre esperienze possiamo dare il nostro contributo alla musica!». Durante il concerto la loro musica fluiva veramente. La sentivi, provocava un’emozione travolgente. Le improvvisazioni di sax e tromba erano dei monologhi, a volte incalzanti altre rilassanti. Ma il vero spettacolo erano batteria e tastiere. Posti agli estremi sinistro e destro del palco, suonavano guardandosi, quasi in cagnesco, e si sfidavano. Per almeno tre lunghi soli, la batteria accompagnava le tastiere, le riprendeva, le guidava, le incalzava e lo stesso facevano le tastiere, percuotendo accordi a tempo o imponendo la guida verso altri ritmi. Era come un’accesa discussione tra innamorati.

Quel concerto mi ha lasciato molto. Vi auguro di vederne di simili. Molti concerti sono già così ma siamo noi a non percepirli tali. Spesso ci chiudiamo, non lasciamo passare nulla e non doniamo nulla. Ci lasciamo condizionare dalle mura che noi stessi costruiamo perdendo tantissime occasioni di “sentire” ciò che ci circonda. Può essere estremamente difficile ma è un’ottima strategia per godere veramente della musica e non solo.

Al concerto la band ha suonato pezzi tratti dal loro primo album, Juan Pablo: the Philosopher, e qualche pezzo del loro nuovo album You can’t steal my joy che esce proprio oggi, venerdì 26 Aprile 2019, casualmente lo stesso giorno in cui ne scrivo. Vi consiglio di ascoltarlo ma se avete la possibilità, fatevi un regalo e andate a un loro concerto.

Consiglio finale: la prossima volta che andate a un concerto, cenate con una Gallette, leggera e gustosa.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Bravissimo!!! Quello che sta succedendo a Londra è la rivoluzione che la nostra generazione stava aspettando. Il Jazz che torna a far ballare, fresco, dinamico e multiculturale.. arriverà anche in Italia questa rivoluzione o passerà in sordina? Qualcosa si muove.. comunque di nuovo complimenti ottima penna..

  2. Ciao Matteo, grazie mille! Si, trovo che la scena di Londra sia emozionante, con un Jazz che fa ballare fino a sudare direi. Londra è da sempre stata una fucina musicale, per cultura. Ho l’impressione che in Inghilterra suonare equivale a saper preparare un piatto di pasta in Italia, ci cresci! La maggior parte dei protagonisti del “London Jazz Renaissance” sono di origine non inglese ed hanno trovato nella musica il loro punto di incontro. Da qui la dinamicità e fluidità della scena (più un amore sconsiderato per la musica, stabilità economica e migliaia di label indipendenti). In Italia purtroppo, non vedo la stessa tendenza (posso sbagliarmi e, se hai suggerimenti, ti prego indicami). La scena musicale italiana estremamente attiva è quella del cantautorato che, per forma intrinseca, non lascia troppo spazio alle sperimentazioni e inclusioni di altre culture, se non a livello tematico. Secondo me, in Italia manca proprio la cultura jazz, l’approccio jazz alla vita. In Italia il jazz non è musica popolare ma elitaria. Tutti i musicisti hanno un estrazione sociale medio-elevata, studiano jazz al conservatorio. Quelli di Londra hanno cominciato quasi per strada perché si suona per strada e non è vergogna. In Italia manca quella spontaneità (eccetto che in casi rari), il che fa perdere tutto il bello, tutta la vivacità. Ovviamente questa è una mia impressione scaduta anche in generalizzazioni e può sicuramente essere sbagliata e che mi sia perso qualcosa. Chi hai nel paniere tra gli italiani?

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