Giudici e giustizieri. Fondo.

Uno dei dibattiti più interessanti che spesso viene a galla è quello riguardante la differenza tra legalità e giustizia. Quanto le leggi, che determinano i confini del legale, siano giuste e quanto le sentiamo nostre, appartenenti ai nostri principi.
In Italia l’opinione pubblica si divide da sempre sui temi “etici”, sui quali aleggia l’invadente opinione dello Stato Vaticano, come eutanasia o aborto (ne parlo nel primo articolo di questa rubrica, consultabile qui). In questi giorni il processo nei confronti di Marco Cappato si è risolto con un nulla di fatto. La Consulta ha scelto di non pronunciarsi: “Per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte Costituzionale ha deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, sull’aiuto al suicidio, all’udienza del 24 settembre 2019.”

Sono molte attualmente le leggi che definiscono i confini del legale ma che spesso non coincidono con i limiti del senso di giustizia di molti. Per citarne alcune: l’obbligo dei 10 vaccini (qui l’articolo di Michele Stella), le unioni civili tra persone dello stesso sesso e il relativo diritto a crescere un figlio, la legge Fini-Giovanardi sull’utilizzo di sostanze stupefacenti o la Bossi-Fini riguardante il fenomeno dell’immigrazione.
Spero di poter trattare tutti questi temi sulla mia rubrica e poter esporre le mie posizioni, con l’auspicio di ottenere in cambio un vostro commento o una vostra interazione al fine di creare un dibattito costruttivo per me e per voi.

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Si può e si deve lottare contro una legge che si reputa ingiusta o a favore di una legge che stenta a nascere. Quello che non si può fare è giungere a giudizi facilotti e superficiali su un fatto di cronaca e decidendo di schierarci con la vittima o con il carnefice in base ai ruoli che questi ricoprono nella nostra società e non a partire dalla ricostruzione dei fatti. Lo svuotamento della dialettica ha pian piano portato il confronto sul piano dello scontro tra tifoserie avverse. Anche in questo caso non si attende che la legge faccia il suo corso ma ci si erge a giustizieri. In Italia i processi spesso durano veramente troppo a lungo, quindi, nel 2018 abbiamo deciso di non aspettarne la fine e rimpiazzare i giudici con giustizieri da tastiera. Basta aspettare poche ore e Twitter si riempirà di sentenze sommarie e grossolane. Gli esempi sono molti, ho pensato di citarne alcuni:

-Stefano Cucchi, trovato in possesso di sostanze stupefacenti, ucciso di botte dentro una caserma da due carabinieri. Diventa: tossico e spacciatore morto per la sua condotta di vita.

-Giuseppe Uva, fermato in stato di ebrezza mentre spostava alcuni cassonetti della spazzatura in mezzo alla strada, ucciso di botte in una questura. Diventa: ubriaco molesto incapace di tutelare la sua incolumità.

-Una ragazza di 16 anni, in cerca di una dose, violentata e uccisa da 4 uomini africani. Diventa: vittima dell’immigrazione clandestina incontrollata.

-Due ragazze americane, che avevano alzato il gomito, violentate da due carabinieri. Diventano: troie in vacanza che provocano i ragazzi in divisa.

-Razzista, di estrema destra, che spara a delle persone per il colore della loro pelle. Diventa: uno squilibrato esasperato dal degrado causato dall’assenza di sicurezza.

-Donna uccisa dal marito tra le mura domestiche. Diventa: fedifraga.

Questi sono soltanto alcuni esempi, la realtà, ahimè, è molto più ricca di casi simili. Quello che accomuna tutti i casi proposti è l’atteggiamento del popolo che prende posizioni arbitrarie e aprioristiche a prescindere dai fatti, limitandosi a valutare la vicenda dai ruoli ricoperti dai protagonisti. Pare evidente la discriminazione applicata, dalla maggior parte degli italiani, in base alla posizione sociale degli individui protagonisti. Viviamo in un paese maschilista, razzista e perbenista. L’uomo ha sempre ragione tranne nel caso questo sia ne*ro, froc*o o drogato. La vittima perde il suo ruolo centrale e diventa appendice del suo carnefice. Nel caso di una donna che ha subito violenza la reazione non è quella di schierarsi a prescindere con l’abusata, no, si passa all’analisi dello status sociale del violentatore. Se questo porta una divisa sarà stato sicuramente sedotto dalle movenze sensuali della donna, se la donna viene picchiata dal marito questo verrà descritto semplicemente come geloso, se il carnefice è un africano sarà rappresentanza di una cultura arretrata e inconciliabile con la nostra. Ho una notizia: se un uomo tratta una donna come se fosse un oggetto, se utilizza la sua forza (fisica, economica o sociale) per abusare di lei, se, infine, arriva ad ucciderla per manifestarne il possesso, allora non è altro che un criminale a prescindere dal colore della sua pelle, dagli abiti che indossa e dal rapporto che ha con la donna.

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Si deve avere rispetto per le vittime, bisogna iniziare un processo di protezione nei confronti delle minoranze, è necessario iniziare a vedere gli altri come essere umani e non identificarli con la loro provenienza, con le loro dipendenze o con le loro disabilità.
Oltre Desirèe e Pamela sono morte cinquanta donne dall’inizio del 2018 per femminicidio, riuscite a ricordare il nome di almeno un’altra di queste donne? La presenza dello Stato in quei luoghi è di particolare importanza, ma se gli uomini dello stato utilizzano quelle strade per trasformarle in passerelle mediatiche al fine di giustificare le loro politiche non fanno altro che calpestare e violentare nuovamente i poveri corpi di quelle vittime. Restare in silenzio non fa altro che renderci complici. Non è il senso di giustizia a muovere le passioni del Ministro degli interni, dei leghisti, dei molti giornalisti sciacalli. I lori movimenti sono dettati dalla voglia di cavalcare una notizia, estirparne la profonda violenza e ingiustizia per rimpiazzarla con squallide ideologie discriminatorie.

Per fortuna c’è chi ha ancora forza, voglia di verità; la sorella di Stefano Cucchi, la madre di Federico Aldrovandi, le femministe che in questi giorni riempiono le strade di San Lorenzo per la tragica morte di una sedicenne. Di queste persone ho il piacere di accerchiarmi, nel mondo reale e in quello virtuale. Un altro mondo è possibile, il progresso ci ha portati alla tutela delle minoranze e alla sconfitta della logica “del più forte” e non abbiamo nessuna intenzione di fare nessun passo indietro.

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Salvo Balistreri

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