Full Metal Jacket di Stanley Kubrick

di Salvatore
Di Venti

Titolo originale: Full Metal Jacket

Lingua originale: inglese, vietnamita

Paese di produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

Anno: 1987

Durata: 116 min

Genere: azione, drammatico, guerra, thriller

Regia: Stanley Kubrick

Sapete quanto sia affezionato a quei film dove le telecamere sono impegnate a riprendere balzi, dialoghi, gesta del classico eroe che riesce a concentrare nelle sue azioni una grande quantità di positività agli occhi di chi guarda, ma credo che il vecchio detto “ci vuole sia il dolce che l’amaro” sia proprio azzeccato se a trarne vantaggio sia la nostra coscienza.

Infatti al dolce romanticismo e al lieto fine, questa volta ho preferito l’amaro cinismo della guerra accompagnato alla cosa più grave, la nostra totale incapacità di agire razionalmente in presenza di ambiziosi obiettivi o davanti alla propria vita da salvare.

Il regista in grado di imboccare bocconi tanto amari quanto pregni di significato è Stanley Kubrick, e a venti anni dalla sua scomparsa, vi parlo di uno dei suoi capolavori, Full Metal Jacket, il film che racconta l‘atroce e ingiusta guerra del Vietnam.

Divisa in due parti, la pellicola ci porta all’interno della guerra, prima dal punto di vista di 17 giovani americani impegnati in un duro addestramento militare, dove i protagonisti, l’autoritario Sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey) e due giovani Marines soprannominati, dal brutale Hartman, Jocker (Matthew Modine) e Palla di Lardo (Vincent D’Onofrio), incarnano il chiaro malcontento del regista nel vedere libertà, creatività e umanità disperdersi nel nulla facendo posto a un male oscuro, mostrandoci come un uomo possa arrivare a perseguire come suo unico obiettivo quello di trasformare delle persone in vere e proprie armi da guerra, per lo più con metodi mortificanti e crudeli vessazioni.

Potrei anche decidere di interrompere la visione del film, perché il mostruoso atteggiamento del sergente e le gravi conseguenze che questo ha sui giovani marines, deboli e sentimentali, sono quell’amaro che neppure con tonnellate di zucchero riuscirei a mandar giù. Ma penso inoltre che questa sia la parte più significativa del film per noi giovani, spesso così influenzati dai più potenti (persone e non) da non lottare più positivamente per quello in cui crediamo e per quella cosa che ci fa quasi più paura di scendere in campo armati, che è amare.

La seconda parte della pellicola, ambientata sul campo di guerra, è una chiara descrizione di quanto di ridicolo ci sia dietro le scelte politiche di un mondo guerrafondaio, tanto che i soldati usciti “vittoriosi“ avanzano tra le rovine in fiamme cantando la Marcia di Topolino, in un surreale e lugubre finale.

Non ho nel mio bagaglio culturale le giuste armi per scrivere una recensione che renda giustizia al geniale film di Kubrick, ma vi assicuro che Full Metal Jacket possiede quelle in grado di scuotere il senso di giustizia all’interno di quella geniale figura che è l’essere umano.

Dulce bellum inexpertis cit.

(La guerra è bella agli occhi di chi non l’ha vissuta).


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