Gadjio Dilo – Manouche du greek II

di Andrea Arangio

Genere:  Jazz Manouche

Difficoltá di ascolto*: facile e pensieroso se lo vorrai

Ambiente**: Sottofondo

Il fuoco si alzava già alto quando Django e sua madre erano riusciti a sfuggire dalle fiamme. Tossendo forte e strascicando i piedi erano già abbastanza lontani per vedere la loro roulotte incenerirsi. Aveva detto mille volte a sua madre di non fare quei maledetti fiori di carta in roulotte a  lume di candela. Si, rivenderli era l’unico modo che due sinti avevano trovato per sfamarsi e racimolare due soldi. È vero, in diciotto anni passati a girovagare per l’Europa con la sua carovana non era mai successo nulla, ma prima o poi una tragedia era da aspettarsela.

La gamba bruciava ancora, dio come faceva male! Ma l’unico pensiero era la mano. La sua preziosissima mano sinistra, quella che sceglieva le note del suo banjo. Avrebbe dovuto amputare la gamba destra, ma il mondo gli crollò addosso quando il medico disse che anulare e mignolo non si sarebbero salvati. Non avrebbe mai più potuto suonare la sua musica, quella della propria tribù. Le corde sfregano, usurano, limano via strati di pelle e il dolore delle cicatrici alle dita gli dava come la sensazione di stringere le punte di chiodi roventi non appena premeva un tasto della chitarra. Ma un vero sinti sceglie il proprio destino, non può concedere al fato di scegliere per lui. E allora prove, riprove, esercizi tutto il giorno tutti i giorni. Le terribili cicatrici diventano calli. Le dita cominciano a sciogliersi, come prima, meglio di prima.

La Parigi degli anni ’30 è un fermento continuo. Il jazz era appena approdato in Europa e aveva già conquistato la città. Girano voci su un ragazzino ventenne che suona la chitarra da dio. Bello il jazz americano, Jelly Roll Morton e King Oliver, ma questo ragazzo sta sconvolgendo uno stile…e suona solo con tre dita! La chiamano “jazz manouche” la sua musica. Manouche come le popolazioni nomadi che vivono in quelle carovane ai bordi delle città, emarginati da sempre. Ma la loro musica è coinvolgente, spensierata e come se non bastasse, ti spinge da dentro, ti fa ballare fino a sudare ansimando.

In breve tempo la fama di Diango esplode. Viaggia per tutta l’Europa, ma anche in America suonando al fianco di Duke Ellington. Che chitarrista Django, Django Reinhardt.

Ma in fondo Django è stato fortunato nella sua sfortuna? Sfortunato per un’enorme prova da dover superare, fortunato nel trovarsi dalla giusta parte del mondo dopo esser riuscito a superarla Eppure le prove agli uomini non mancano. Da prove personali scaturiscono talenti, da prove collettive una cultura. Il blues, il tango, il fado sono tutti generi musicali popolari nati dalla segregazione. La musica è spesso stata vettore dei malesseri dell’uomo e quando succede, il suo colore, la sua espressività e la sua potenza sono coinvolgenti e inebrianti perché toccano le corde dell’anima.

Un altro stile di musica poco conosciuto è il rebetiko, parte ormai integrante della tradizione greca e quasi del tutto abbandonato nella musica moderna. Anche il rebetiko nasce da una segregazione a seguito della deportazione di massa scaturita dal trattato di Losanna del 1923. La Grecia, sconfitta dalla Turchia durante la guerra, deve abbandonare i possedimenti in Anatolia e viceversa per le isole greche. Un milione di greci (e altrettanti turchi nella direzione opposta) in pochi giorni perdono tutto. Catapultati in una terra che non gli appartiene, in una società che non li integra,  senza soldi, costretti a vivere nelle baraccopoli sorte nelle periferie delle grandi città e con la sola colpa di essere nati nella parte sbagliata. Immagino uno di quegli uomini, seduto sul ciglio di un muretto a fissare l’orizzonte sul mare. Sguardo diretto a est, sole alle spalle e un unico pensiero fisso: la sua terra. Ogni santo giorno si alza e gli si ficca in mente una sola domanda, perché non può essere sua? Col pensiero la scruta, la ristudia, ne ricorda i vicoli e i meandri, i colori e i profumi così intensi che quasi ne rivede i contorni spuntare all’orizzonte. La conosce come nessun altro. Ma un rumore o un soffio di vento lo desta come con uno schiaffo. La linea dell’orizzonte non è mai stata così piatta. Un nodo intenso gli si pianta sullo stomaco e sale lentamente alla gola fino a sfociare in un pianto. Deve sputare fuori quella disperazione in qualche modo. Allora prende una chitarra ed inizia a cantare. Canta di una terra bellissima che gli è stata tolta, di una donna che non lo ama, canta di un amico di cui pensava potesse fidarsi.

Da Smirne ad Atene sono centinaia i musicisti che si esprimono utilizzando le stesse tematiche, gli stessi suoni e gli stessi ritmi. Questi ultimi in particolare sono speciali. Ritmi dispari e/o ternari confondono, comunicando il senso di instabilità dei testi.
In tutto questo, cosa c’entrano i Gadjio Dilo (lo straniero pazzo)? Non è uno di quei gruppi da conoscere assolutamente, ma a convincermi definitivamente a scrivere di loro è stato un articolo di Annamaria Testa su internazionale con l’affermazione: la “capacità di stabilire connessioni tra elementi distanti è la vera essenza del pensiero creativo”. I Gadjio Dilo lo dimostrano al meglio. Con Manouche du Greek il sestetto greco propone una musica contraddittoria, riportando i malumori della tradizione rebetika sul leggero stile manouche proposto da Django Reinhardt. L’instabilità dei ritmi è persa ma viene ritrovata dalle dinamiche del jazz manouche e dai virtuosismi degli strumenti a corda. Purtroppo (o per fortuna) i testi sono in greco e riuscire ad apprezzare la contraddizione del loro esperimento riuscito è difficile per i non greci, ma vale comunque la pena ascoltarli per sentire il profumo di storia.

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: