Giorno 35 o giù di lì

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di Emanuela Frigerio

Quarantena giorno 35, o giù di lì.
Quando scrivo mi capita spesso di parlare di casa: prima o poi capirò perché, ma in questo periodo è inevitabile riflettere, apprezzare, scontrarsi con questa casa dove siamo forzatamente fermi, che passa ciclicamente da luogo di calore e intimità a soffocante spazio chiuso. Non esiste un posto giusto dove passare più di un mese chiusi: è una situazione sbagliata di per sé. Io ho avuto la fortuna, o la sfortuna, di poter scegliere dove passare la quarantena, senza sapere ancora che sarebbe stata davvero una quarantena, perché casa mia non è in un solo posto: casa mia a Genova, con mio padre e la maggior parte delle mie cose, casa mia a Torino, dove c’è l’università e coinquiline che sono amiche carissime, casa mia dove c’è la persona con cui voglio stare. Alla fine ho scelto di stare nell’ultima di queste case, rispondendo, più di un mese fa, alla semplice domanda:
ma un periodo che forse sarà lungo lo voglio passare lontana o vicina a S.?
Vicini, ci siamo risposti. Quindi sono qui da trenta giorni a cercare di costruirmi una quotidianità in una casa che è resa tale dalla persona che ci vive e da tutte le cose che mi riguardano appese alle pareti, nonostante gli oggetti miei qui siano pochi, così come il tempo che avevo raramente passato qui.

Costruirsi una quotidianità vuol dire creare dei piccoli riti: mi alzo al mattino e tre giorni su sette mi porto un tè e dei biscotti fatti in casa al tavolo della sala e seguo qualche ora di lezione online, gli altri quattro porto lo stesso tè e gli stessi biscotti, e un libro, al tavolino in terrazzo e leggo finché non mi raggiunge il sole. E poi cerco di inventarmi delle cose: nuove ricette da cucinare, nuovi articoli da leggere, nuovi spunti per la tesi, nuovo non fare niente.

Nel frattempo, fuori da queste mura le persone vivono momenti difficilissimi, e non riesco a non pensare alle persone che stanno male, a chi vive in troppi in uno spazio troppo piccolo, a chi casa l’ha sempre vissuta come una prigione, non solo se ci sta un mese, a chi è preoccupato, a chi è solo, a chi ha perso delle persone importanti in questa sospensione senza poterle salutare e senza potersi consolare con l’abbraccio di un amico o la leggerezza di un pomeriggio in compagnia. Dobbiamo stare attenti a non sottovalutare quello che è successo: per alcune persone avrà delle conseguenze a lungo termine e nessuno lo scorderà alla prima passeggiata.

Il corpo lo sa che stiamo vivendo una cosa anormale e ne porta i segni.

E chi stava già combattendo, non si è fermato come i negozi, non ha potuto tirare fuori tutte le risorse per passare al meglio questo periodo: chi combatte con un disturbo alimentare, in un momento in cui prendersi cura del proprio corpo e controllare quanto si mangia è difficilissimo; chi combatte con la depressione, una passeggiata con il viso al sole è un passo di guarigione; chi aveva da poco cominciato a riprendere la propria vita in mano con un piccolo lavoro precario.
È tutta sofferenza reale questa, di cui ci dovremo occupare, poi, chissà quando, nei servizi territoriali di psicologia quando riapriranno per tutti, nelle scuole quando si ripopoleranno di studenti, nei luoghi di lavoro quando torneranno le persone; dovremo riconoscerla, legittimarla nel lento riprendere delle attività, degli incontri, delle storie, che non saranno uguali a come si sono interrotte più di un mese fa.


Cerco spesso di immaginarmi come sarà quando finirà, il primo caffè al bar, la prima serata nei vicoli, il primo treno che prenderò per tornare a Torino, ma è meno bello immaginare senza sapere per quando potrà succedere, o meglio, quando potrà succedere come prima: la nostra quotidianità è talmente fatta di “assembramenti” che ci vorrà tempo per smetterla davvero di pensarli come assembramenti, e tornare a pensarli come colazioni al bar, treni per andare al mare, concerti, esami, proclamazioni di laurea, cene con gli amici. Succederà, e intanto ci saremo inventati una nuova quotidianità, con dei nuovi piccoli riti che probabilmente comprenderanno mascherine e innaturali distanziamenti ancora per un po’, ma saranno piano piano fuori di casa, e saranno il più possibile insieme.

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