Giulia. 1861 chilometri.

Parigi. Torino. Chambéry. Lione.

Leggi qui Giulia. 2292 chilometri. Parigi.

Torino

Torino è bella, elegante e un po’ pretenziosa.

C’è una grande apertura culturale in questa città, ma si ha l’impressione che aspiri ad essere una capitale senza riuscirci.

È questa la sensazione che ho avuto frequentando l’università e il bellissimo Circolo dei Lettori: un’apparenza di modernità e apertura, eppure uno sguardo sostanzialmente autoreferenziale.

Io la trovo una città nobile: con le strade ordinate a scacchiera, ampie e ariose.

Mi ha colpito molto la realtà del Circolo dei Lettori, uno spazio consacrato alla lettura nelle sue varie forme, con gruppi di lettura, caffè filosofici, incontri con grandi autori.

E poi l’auditorium della Rai, i festival, il salone del libro, la manifestazione “MITO” dedicata alla musica classica, insomma è una città che offre tantissimo e che attira sempre di più per le sue opportunità di vario genere.

E poi detiene il curioso primato di essere la città con il maggior numero di parchi in Italia.

Quattro anni fa sono arrivata a Torino piena di aspettative e buoni propositi: per esempio, avevo alte aspettative rispetto all’università, e devo dire che non ho notato grandissime differenze rispetto a quella di Catania, nei metodi e nelle aspirazioni.  

Come succede un po’ dappertutto, ho incontrato ottimi professori appassionati e competenti, ed altri, convinti di essere al centro del loro minuscolo universo, con scarse qualità morali e intellettuali. Tutto mondo è paese insomma.

Tra i miei posti preferiti ci sono l’auditorium della Rai, dove a pochissimo prezzo ho sentito concerti emozionanti e le varie biblioteche e sale studio dove passavo intere giornate a studiare e cazzeggiare con i miei amici.

Più di ogni altra cosa Torino mi ha regalato delle amicizie bellissime. In poco meno di un anno ho trovato il calore di persone straordinarie e un’intesa speciale, con una rapidità e spontaneità che non mi era mai capitata in vita.

È stata una imprevedibile congiuntura astrale: forse anche per questo è stato difficile allontanarmene.

Chambéry

Chambéry è una cittadina piacevole e accogliente. Si trova nella regione Savoia, geograficamente e storicamente attaccata al Piemonte. L’architettura ricorda, infatti, quella italiana e si possono ammirare bellissimi scorci in tutta la città. Monti e distese verdi la circondano da tutti i lati.

Sono venuta qui per il secondo anno di studi di magistrale e ho visto tutte le mie nuove realtà torinesi rimpicciolirsi: è una città piccola e naturalmente le opportunità culturali e mondane che offre sono più “piccine”.

Eppure devo dire, che a me ha dato veramente tante possibilità di crescita.

1- Per quanto riguarda l’università, il sistema didattico è abbastanza diverso e, questo, per chi frequenta entrambi i sistemi ha grandi vantaggi.

Rispetto all’università italiana è più pratica e questo significa, per chi fa materie letterarie (di per sé abbastanza teoriche), che ti permette di avere più dimestichezza nell’analisi e comparazione delle opere. Anziché divorare interi tomi da ripetere all’esame, per essere valutati serviva scrivere delle tesine. Un’ottima occasione per mettersi alla prova nel commentare e – perché no–dando finalmente un tocco personale a quello che si è studiato.

Quello che manca ai francesi è probabilmente uno sguardo d’insieme, che è invece il punto di forza della preparazione italiana.

Un’altra cosa piacevole dell’università francese è che ho sempre trovato i professori e l’ambiente molto più “rilassati”. Insomma se dici una sciocchezza, non ti trattano come i giudici di MasterChef, ma ti fanno notare la cosa, semplicemente.

2- Ho anche fatto diversi lavori in Francia.

Non bisogna farsi illusioni perché, nel campo letterario, anche qui si fa fatica a trovare lavoro, però nel complesso, il quadro mi sembra più ottimistico.

Io, in ogni caso, ho trovato lavoro in biblioteca e come insegnante di italiano. Non posso descrivere l’ansia incontenibile nell’affrontare una lezione in una lingua che non è la tua, ma insomma quello che ho imparato è enorme!

E posso dire anch’io: “non mi piace lavorare, a nessuno piace, ma mi piace ciò che c’è nel lavoro: la possibilità di scoprire sé stessi, la propria realtà, valida per noi, non per gli altri, quello che nessun altro potrà mai sapere.”(Joseph Conrad)

Uno dei posti più belli di Chambéry è il mercato del sabato mattina. Gli odori e i profumi di prodotti locali ed esotici, e i colori dei cibi che si adattano al mutare delle stagioni. È l’occasione per la comunità di incontrarsi e scambiare due chiacchiere e se alzi lo sguardo all’orizzonte vedi le montagne (che ti sorridono proprio come fanno con Heidi). Direi che è un posto perfetto per sportivi e famiglie, ma si dà il caso che io non faccia parte di nessuna delle due categorie… e quindi, dopo 3 anni, ho deciso di trasferirmi ancora!

Lione

Sono da troppo poco tempo a Lione, ma la già vedo come una città fiorente e stimolante.

È per questo che l’ho scelta: mi trasmette quella congerie di curiosità e voglia di mettermi in gioco che non provavo da tempo. In generale, penso che se una cosa ti entusiasma, allora sei nella giusta direzione.

Ho pure scoperto un “belvedere lionese”, proprio come il belvedere ennese. Dalla Place Bellevue, che si estende sul declivio naturale della collina del 4° arrondissement, si può ammirare il lato est in tutta la sua dinamicità cittadina. Con il fiume in prima vista, la città si dispiega in un susseguirsi di macchine, qualche grattacielo e molti lavori pubblici.  

Adoro passare il mio tempo a osservare la gente nella metro. Mi do anch’io un’aria indaffarata, e cerco tra la folla volti conosciuti, anche se è ancora troppo presto.

Dopo anni che vivo in Francia, guardo a questo paese con meno ingenuità e magia della prima volta.

L’integrazione a volte è difficile.

Basti pensare a tutti i modi in cui è stato storpiato il mio nome: Julia, Gulia, Giuillia, Giullia (che poi una volta capito il nesso Giu, è veramente triste perdersi per una l in più!) e infine (dulcis in fundo) Djulia. Questo è senza dubbio il più originale tanto che una mia cara amica l’ha prescelto, interpretandolo come Dj- Ulia.

Amo la lingua francese e non smetto mai di incuriosirmi per una nuova parola appresa, però ammetto che sarebbe bello esprimersi – ogni tanto– senza che qualcuno ti faccia notare il tuo petit accent, e cioè la tua estraneità al luogo.

Forse a percorrere chilometri ci si prende gusto e diventa un piacere in sé. E si scopre che i chilometri non sono solo geograficamente rilevanti, ma soprattutto lasciano il segno dentro. Si resta stupiti a realizzare quanto i luoghi e le persone incontrate ci possano lasciare in dono.

Forse, questa specie di esilio volontario è una malattia.

Si percorrono chilometri per un sacco di buone ragioni: lavoro, studi, amori. Ma per me è prima di tutto un’opportunità di capire sé stessi lontano dalla confort zone, e cioè da tutto ciò che finisce per identificarti senza che tu lo abbia scelto veramente.

Non mi è più successo di osservare un paesaggio e dire a me stessa “sto tornando a casa”, come quando ero bambina e osservavo i paesaggi familiari di Enna. Spero però di riprovare ancora quella sensazione di casa e di appartenenza. Chissà magari qui a Lione…

Giulia Lodato

Leggi qui la prima parte

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