Gli estremismi nella perfetta Norvegia

di Grazia Caccin

Il paese perfetto

Vista dall’Italia, per molti la Norvegia è vista come un paese perfetto, e siamo bombardati di dati che ci spingono a pensare che sia vero: l’indice di felicità, la bassa disoccupazione, le politiche ambientali, l’attenzione all’uguaglianza sociale. Secondo la classifica che misura la libertà di stampa nei paesi del mondo, la Norvegia si è trovata al primo posto per vari anni di fila, mentre l’Italia solo al quarantaseiesimo, raggiungendo anche il settantasettesimo nel 2016. I norvegesi sono consapevoli e molto fieri delle loro libertà e della protezione che uno stato con un così forte welfare offre.

Forse è proprio questa caratteristica del paese scandinavo ad aver reso possibile un film come “Den norske Islamisten” (Recruiting for Jihad). Filmato tra il 2014 e il 2016 in collaborazione tra lo studente di giornalismo Adel Khan Farooq e il regista Ulrik Imtiaz Rolfsen, il film doveva essere come una finestra che si apre sul mondo dell’estremismo islamico, un mondo che è per molti inaccessibile, che spaventa molti norvegesi e di cui si conosce relativamente poco. Come dichiara in un’intervista, per Farooq stesso il film voleva essere anche un modo per mostrare alla gente che persone come Ubaydullah Hussain sono appunto proprio persone, non mostri.

Nella stessa intervista, Rolfsen descrive il film come il più difficile che abbia mai fatto. Anche a causa della quantità di materiale, il montaggio è durato ben cinque mesi più a lungo del previsto, ma soprattutto la difficoltà era costituita dalla consapevolezza delle conseguenze che il film poteva avere sulle persone coinvolte, dal voler restare il più possibile giusti e neutrali.

La star degli estremisti

Come riporta il sito di Statistics Norway, ci sono 166 861 membri dell’Islam in Norvegia, poco più del 3% della popolazione. La grande maggioranza passa inosservata e risulta ben integrata, come la famiglia di Ubaydullah. Nato e cresciuto a Oslo, ha molte cose in comune con il co-regista del film Adel Khan Farooq.

Ma chi è quindi la “star” del nostro film, Ubaydullah Hussain? È interessante vedere come sembra proprio essere una star, un ragazzo che si è fatto strada tra le celebrità del mondo dei gruppi islamici a suon di provocazioni, stati su Facebook e una notevole capacità oratoria e di networking. Un tipo capace di distinguersi, con opinioni diverse e molto più estreme dalla grande maggioranza di musulmani in Norvegia, che non condividono le sue opinioni.

Non è facile capire gli estremisti islamici, non è facile capire la Norvegia. Un paese che ha sempre avuto politiche di accoglienza molto aperte, in cui però sta crescendo la paura negli ultimi anni, e con la paura cresce il consenso per gli estremisti di destra. La Norvegia non è priva di problemi di razzismo, xenofobia e islamofobia. Sylvi Listhaug, politico norvegese per il Partito del progresso, scrive su Facebook che “qui in Norvegia si mangia maiale, si beve alcol e si mostra il viso. Chi viene qui deve adattarsi ai valori, alle leggi e alle regole norvegesi.”.

La grande assenza

Da quello che vediamo sullo schermo sembrano essere altre caratteristiche molto scandinave che rendono i paesi nordici il posto ideale per il reclutamento dei cosiddetti foreign fighters, i combattenti stranieri nella guerra civile siriana, caratteristiche che rendono paesi come la Norvegia un po’ meno perfetti. Secondo PST, la polizia segreta norvegese, sono circa 80/90 i ragazzi che hanno viaggiato dalla Norvegia alla Siria, dei quali circa 18 sono morti. Anche gli italiani sono circa 80, ma bisogna tenere conto dei 5,258 milioni di abitanti in Norvegia contro i 60,59 milioni di italiani.

Dagli anni Sessanta in Scandinavia la crescita economica ha portato alla pianificazione abitativa: vengono create nuove abitazioni per la classe lavoratrice nelle città satellite attorno alle maggiori città, sotto il principio architettonico del funzionalismo. Sono ben collegate al centro, anche se lontane. Dagli anni ’90 a oggi questi quartieri diventano la scena della nuova cultura multietnica, i cosiddetti drabantbyer in norvegese. Sono gli immigrati e la criminalità il problema di questi quartieri? No. È la solitudine. La “grande assenza” di cui scrive lo scrittore norvegese Dag Solstad, la non-vita di questi quartieri a Oslo.

C’è un enorme contrasto tra le scene filmate tra le strade deserte, innevate e silenziose di Oslo e i corti filmati degli attentati a Parigi e alla maratona di Boston, o con quel poco che vediamo effettivamente della Siria nel documentario. Un forte contrasto che fa pensare che i ragazzi norvegesi che vengono reclutati, che sono nati e cresciuti in Norvegia, non si rendano davvero conto di quello a cui vanno incontro quando decidono di partire. Il loro linguaggio è quello di un ragazzo norvegese qualunque: nella notte prima di partire per l’aeroporto di Göteborg vediamo Ubaydullah e Peter divertirsi e scherzare come due amici che stanno per partire per un’avventura. C’è una “god stemning”, dicono, una bella atmosfera, un termine che viene usato molto spesso durante le feste e le uscite con gli amici. Scherzano su come Peter sia un norvegese che sta per partire per un “sydentur”, la tipica vacanza dei turisti norvegesi al sud, nei paesi più caldi. Fa quasi voglia di unirsi a loro.

È fin troppo facile riconoscere la solitudine come il motore che spinge i due ragazzi nel film, e probabilmente lo stesso Ubaydullah a radicalizzarsi nell’Islam. È lui stesso a riconoscere che il motivo dell’attrattiva dell’Islam è proprio la creazione di un gruppo accogliente, un gruppo di amici che si supporta, passa il tempo assieme e crea fratellanza. Ci si chiama fratello, si utilizza un linguaggio comune, si ha un obiettivo da perseguire insieme. E i ragazzi che vediamo nel film erano stanchi di vivere per il weekend, di poter socializzare solo bevendo, di sentire di non avere uno scopo.

Il problema

Da una parte sembra che il muro tra noi e Ubaydullah non cada mai, nonostante la finestra sia aperta. Si intuisce che c’è di più dietro all’estremismo, lo si trova anche simpatico, ma le domande più spinose continuano a rimbalzargli addosso. Sembra che semplicemente abbia deciso di mettere il suo carisma a servizio di questa causa, una causa come un’altra, e che nel frattempo si goda la fama. Quando ha accettato di essere accompagnato e filmato da Farooq per quasi due anni, la condizione era che fosse lui stesso a decidere quando essere ripreso. È lui stesso a chiamare Farooq perché filmi la partenza di Peter. Vediamo un uomo timido a inizio del film, che non sa se guardare in camera, e lo vediamo abituarsi allo stare sotto i riflettori, ad essere felice quando i giornali parlano di lui nonostante le sue parole vengano trasformate. Sa che non esiste cattiva pubblicità, ed è per questo che ha scelto di essere filmato.

Allo stesso tempo il film ci spinge a riflettere proprio sull’importanza del giornalismo d’inchiesta in temi così delicati, su quanto un documentario possa essere importante nel corso di un’indagine. Potrebbe essere proprio questa la risposta al problema dei gruppi estremisti islamici in Occidente che Farooq e Rolfsen ci suggeriscono. Riconoscerne la complessità, ma soprattutto riconoscerne i singoli individui, tutti diversi e con motivazioni differenti, che fanno parte di un movimento che non ha in realtà nulla a che fare con l’Islam, è il primo passo verso la risoluzione del problema. Se siamo spaventati da una barba, dalla frase Allahu akbar e dalle moschee, se non riconosciamo che non sono queste cose in sé a costituire una minaccia, stiamo contribuendo a costruire una società che divide, spaventata e violenta.

Questo articolo ha un commento

  1. Cercherò questo film.
    Vivendo in Svezia capisco molto della situazione descritta e di come, in Italia, qui sembri tutto un paradiso quando non lo è, o almeno non lo è più.
    La differenza tra Norvegia e Svezia, a quanto pare, è che da voi ne parlano, mentre qui è tabù…

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