GRAN TORINO – di Clint Eastwood

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Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 2008
Durata: 116 min
Rapporto: 2,40:1
Genere: drammatico
Regia Clint Eastwood
Soggetto: Nick Schenk, Dave Johannson
Sceneggiatura: Nick Schenk

I film del Regista, con la R maiuscola, Clint Eastwood, che lo scorso 31 maggio ha festeggiato i suoi 90 anni, sono caratterizzati dall’affrontare alcune tematiche assolutamente attuali, che tuttora affliggono il mondo.

Razzismo, odio, avidità, guerra e incapacità di amare sono i mali della nostra società e sono i soggetti delle pellicole del Regista. E per quanto possa essere facile voltare le spalle, ignorandoli e fingendo che la cosa non ci riguardi, questi sono stati, sono e saranno sempre un male per il mondo intero e per tutte le popolazioni.

Clint Eastwood sceglie di rappresentare tutto questo in Gran Torino (2008) per mettere in scena una storia che ha la capacità di scuotere gli animi di chi la guarda e, probabilmente, anche quella di infondere un filo di speranza per un futuro migliore in lotta contro l’odio. Qui la parola “lottare” non vuol dire però armarsi di pistole e spranghe, ma semplicemente di pazienza, lucidità mentale, amore e rispetto, anche se paragonandole ad alcuni misfatti potrebbero sembrare all’apparenza armi assolutamente inutili.

TRAMA

Una storia dal sapore amaro, un quartiere americano dove razzismo e morte sono di casa. Una storia che ha come protagonista Walt, un polacco veterano della guerra in Corea che rimane segnato per sempre dalle dinamiche della guerra che ha temprato il suo carattere e lo ha reso più aggressivo, più burbero. La morte della moglie non ha fatto che peggiorare il tutto.

Walt Kowalski è stato anche operaio della Ford, dove ha acquistato la sua Ford Gran Torino, che sembra essere l’unica cosa alla quale egli tiene veramente (assieme alla sua casa e al suo cane). Anche l’interesse dei suoi figli sembra rivolto esclusivamente a queste cose con l’unico scopo di possederle, senza alcuna attenzione per il padre.

Walt vive da solo in un quartiere di Detroit, popolato principalmente da asiatici e afroamericani. Qui si troverà presto a dover fare i conti con il proprio patriottismo, il proprio razzismo e con l’odio nei confronti dei “Musi Gialli”, come li definisce lui.

A farlo vacillare dalle sue posizioni sarà una famiglia asiatica in particolare, che vive nella casa accanto, con la quale i primi rapporti sono tutt’altro che amorevoli. Con il tempo però l’anziano scopre di avere molte più cose in comune con loro che con i suoi stessi figli, che non vogliono saper niente di lui.

Per tante famiglie di quel quartiere cadere nelle mani sbagliate o fare passi falsi è facile viste le condizioni in cui sono costretti a vivere, specialmente per quei giovani che non hanno avuto nemmeno la fortuna di avere un’istruzione adeguata. Walt, incredibilmente, si ritrova a proteggere uno di questi giovani dalla malavita.

CONSIDERAZIONI PERSONALI

Uccidere e rischiare di morire per una nazione aumenta inevitabilmente il senso di appartenenza a quella bandiera. E questo amore per la patria lo ritroviamo, in modo esasperato. Ad esempio quando Walt rimprovera suo figlio perché si occupa di commercio di auto giapponesi. Un altro segnale forte della presenza della guerra lo troviamo ogni volta che il protagonista allontana i vicini dal suo terreno, quasi come fossero degli  invasori. 

Segnali forti e intrinseci alla persona, che lasciano trasparire tutto tranne che la possibilità di cambiare. Solo a un certo punto, guardando il film, mi son sentito felice di voler esprimere un concetto a me caro, il concetto di cambiamento.

Ma cosa vuol dire cambiare? Perché alcuni vedono il cambiamento come un antagonista al poter essere se stessi?

Ho sentito spesso di persone che rifiutano il cambiamento perché credono nelle tradizioni, credono che cambiare voglia dire non avere personalità ed essere fragile, e ancora peggio, sapere di essere sbagliati ma portare comunque avanti i propri sbagli come segno di forza. Bha!!!! 

Io credo nelle tradizioni, ma credo anche nella loro evoluzione e con essa a quella del nostro pensiero. Non sono perfetto, ho sbagliato e sbaglio tuttora anche nei confronti degli altri, ma non mi sento un debole nel riconoscerlo e nella voglia di non ripetere più lo stesso errore. Amo il cambiamento, quello che giova anche alla mia personalità (che sono certo di possedere).

Avere personalità non vuol dire chiudersi a tutti e a tutto, per me significa essere capaci di gestire la nostra mente e non lasciarci trasportare da essa, perché è lei ad aver bisogno di noi e non viceversa.

Non sto a dirvi come Walt aiuterà il giovane Thao, non voglio rovinarvi il finale di questo grande film di Clint Eastwood, ma posso dirvi che egli nel cambiare idea sulla famiglia di asiatici ci ha guadagnato l’affetto e l’amore che neppure “quelli come lui” avevano saputo offrirgli.

Spesso non ci accorgiamo che curare una ferita visibile di qualcun altro ne cura tante invisibili dentro di noi.

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