HER di Spike Jonze

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di Salvatore Di Venti

Titolo originale: Her 
Lingua originale: inglese 
Paese di produzione: Stati Uniti d’America 
Anno: 2013 
Durata: 126 min 
Rapporto: 1,85:1 
Genere: drammatico, fantascienza, sentimentale 
Regia: Spike Jonze 
Soggetto: Spike Jonze 
Sceneggiatura: Spike Jonze 
Produttore: Spike Jonze, Megan Ellison, Vincent Landay 

Eccoci qui, cari amici e colleghi di quarantena, alle prese con le convivenze forzate, chi con parenti, chi con amici e chi solo con se stesso. Tutti a chiederci come mai tanta sofferenza, nonostante le numerose comodità (tv, internet, cellulari, console, ecc) e le dispense piene? Sembra quasi come se chi ha di più soffra maggiormente rispetto a chi la quarantena la vive con meno viveri dentro piccole case o peggio, addirittura, di chi la casa non ce l’ha. 

La risposta potrebbe trovarsi dentro il famoso detto “chi più ha, più vuole”

Io cerco la risposta analizzando Her, il bellissimo film di Spike Jonze.
Uscito con il titolo “Lei” in Italia, vede protagonista Joaquin Phoenix nei panni di Theodore Twombly, un uomo solo e introverso, che di professione elabora lettere per conto di altri, dettandole a un computer.

Los Angeles, in un futuro prossimo dove l’evoluta tecnologia permette alle persone di poter essere in qualunque momento in contatto con il proprio computer di casa grazie a un nuovo tipo di sistema operativo. Questo sfrutta un’intelligenza artificiale in grado di evolversi e interagire con gli utenti, fin quasi a ottenere la sensibilità di un essere umano. 

Ma l’intelligente sistema operativo non è l’unica stranezza sociale, è diffusa la bizzarra abitudine di commissionare la scrittura di lettere a tema sentimentale a un’agenzia competente che sfrutta le poche informazioni date dal cliente per estrapolare emozioni e sensazioni da riportare su carta, per poi essere spedite al destinatario. 

Curiosa abitudine che però assicura lo stipendio al nostro Theodore, il quale riesce a incantare i destinatari delle lettere ed emozionarli quasi come fosse veramente lui il mittente. Tutto si complica quando il protagonista si trova a vivere le proprie emozioni: qualcosa sembra ingrigirsi e l’unico spiraglio di luce ha un nome, Samantha, ma non un corpo in quanto è un sistema operativo con cui Theodore sembra entrare in totale sintonia, tanto da innamorarsene. 

Theodore, l’uomo introverso e angosciato da un matrimonio andato male e mai superato, non è altro che la personificazione di tutti noi oggi, insaziabili di nuove conoscenze (tutte simili a noi), incapaci di far fronte ai cambiamenti e alle imperfezioni degli altri, in quel mondo che oramai mira a evitare il sacrificio a favore del disimpegno.

Samantha invece è la computerizzazione delle nostre zone di comfort, quelle dove ci sentiamo invincibili, quelle che crediamo di amare e dalle quali ci sentiamo amati, ma che in silenzio ci allontanano da quella realtà che ha bisogno sicuramente maggior impegno per essere apprezzata.

Ecco il perché dell’insoddisfazione nonostante tutti i comfort che ci circondano.

Dovremmo armarci di voglia di interagire con chi ci sta accanto, anche se vorrà dire accettare qualche sua imperfezione, trovare il coraggio per fronteggiare uno dei rapporti più complicati in assoluto, quello con noi stessi, ed diventare “padroni e non schiavi” della tecnologia.

Il progresso tecnologico non è direttamente proporzionale a quello psicologico e sentimentale dell’uomo, su quest’ultimo siamo noi a doverci lavorare, anche se con qualche sacrificio.

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