I diritti d’immagine nel calcio

di Davide Cammarata

Periodo di calciomercato, di firme sui contratti e di diritti d’immagine.

In un calcio sempre più totalizzante, l’immagine di un calciatore di alto livello assume al giorno d’oggi un valore fondamentale, essendo potenzialmente in grado di generare importanti introiti in favore delle imprese che si legano agli stessi con accordi commerciali ai fini della sponsorizzazione dei propri prodotti, in favore dei club con i quali essi si legano e, infine, per i giocatori stessi.

Ma facciamo un passo indietro. In Italia il diritto all’immagine è un diritto della personalità e in quanto tale l’utilizzo che se ne può fare è tutelato dal nostro ordinamento giuridico; in particolare, la legge sul diritto d’autore ha introdotto la tutela del “ritratto” la quale stabilisce, in via generale, che il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso della “persona ritratta”, sebbene con qualche eccezione.

Con il passare degli anni, ed in particolar modo nel mondo del calcio, il diritto all’immagine ha progressivamente conosciuto un processo evolutivo che ha fatto sì che tali diritti acquisissero sempre più un valore economico, consentendo quindi ai professionisti di alto livello di “monetizzare” la propria immagine attraverso la stipula di contratti propriamente volti allo sfruttamento della stessa. Ciò ha, tra le altre cose, favorito una sorta di estensione del concetto di immagine, arrivando a comprendere in maniera più ampia, com’è stato in più occasioni stabilito dalla giurisprudenza, quel “complesso di connotati e qualificazioni che esteriorizzano un certo individuo”, facendo sì che oggi possa pacificamente considerarsi “coperto” dal diritto all’immagine, a titolo esemplificativo, anche il soprannome, il numero di maglia o la particolare esultanza di un noto calciatore.

Come anticipato, il contesto calcistico è stato uno tra i primi a beneficiare dell’estensione e della patrimonializzazione di questi diritti; infatti, con la legge 91 del 1981 che ha introdotto il contratto di lavoro subordinato sportivo, è divenuto comune per le società calcistiche inserire nei contratti con i calciatori apposite clausole volte a disciplinare lo sfruttamento di tali diritti. In via generale, fin dal 1981 nella convenzione tra Leghe Professionistiche e AIC (Associazione Italiana Calciatori), è stato previsto che “è riconosciuta ai calciatori la facoltà di utilizzare in qualsiasi forma lecita e decorosa la propria immagine anche a scopo diretto o indiretto di lucro, purché non associata a nomi, colori, maglie, simboli o contrassegni della società di appartenenza o di altre società di Lega Nazionale o di Lega Nazionale Serie C, e purché non in occasione di attività calcistica ufficiale”.

Se, quindi, da un lato il calciatore viene lasciato libero di sfruttare la propria immagine purché “in borghese”, tuttavia, nell’ambito della negoziazione con i singoli professionisti, le società sono lasciate libere di integrare le disposizioni di legge, potendo divenire “titolari” di quella porzione di diritti che rimarrebbero altrimenti nella disponibilità del calciatore che, infatti, con la firma del contratto, cede alla società sportiva i diritti alle proprie prestazioni sportive, non anche quelli di immagine.

È infatti previsto che, secondo quanto sancito dall’accordo FIGC, AIC e Leghe, il calciatore possa decidere di cedere alla società sportiva la licenza per lo sfruttamento dei diritti d’immagine per prestazioni di carattere promo-pubblicitario lasciando, di fatto, la gestione di tali diritti e dei conseguenti ricavi al club di appartenenza in cambio, evidentemente, di un compenso economico adeguato.

È il caso, quest’ultimo, delle cosiddette licenze “blanket”, perché se è vero che le regole generali variano da società a società, è anche vero che risulta al giorno d’oggi assai frequente la scelta per mezzo della quale il calciatore cede (si parla, appunto, di cessione dei diritti d’immagine) totalmente i diritti allo sfruttamento della propria immagine, personale e sportiva, alla società in cui milita in cambio, come anticipato, di un trattamento economico più vantaggioso.

La scelta del calciatore e del suo entourage verte, nella maggior parte dei casi, sulla possibilità o meno di generare un’eventuale (e in certi casi particolarmente consistente) fonte aggiuntiva di guadagno, che non sempre verrebbe compensata, in un’ottica potenziale, dall’aumento dell’ingaggio offerto dalla società sportiva.

Ancor più complicato il caso in cui il calciatore abbia già stipulato un contratto pluriennale con una o più aziende (come, per esempio, noti marchi di abbigliamento sportivo), tale per cui un’eventuale rescissione del contratto e la contestuale ricerca di un nuovo accordo che accontenti tutte e tre le parti in causa (azienda sponsor, calciatore e società sportiva) diventerebbe un’attività particolarmente onerosa.

Infine, merita di essere menzionato anche l’aspetto fiscale, laddove frequentemente gli accordi stipulati tra il calciatore e un’azienda con sede all’estero sono soggetti ad una tassazione più favorevole rispetto allo stipendio della società sportiva, il che porterebbe il calciatore a rinunciare difficilmente al primo accordo o, in alternativa, a chiedere un ingaggio lordo superiore, rallentando evidentemente il corso della trattativa.

In Italia, società nota per l’utilizzo delle licenze blanket è la SSC Napoli. Se nel corso delle sessioni di mercato degli ultimi anni non sono state poche le trattative andate in fumo proprio per le difficoltà che la società ha incontrato nella fase di negoziazione dei diritti d’immagine con i calciatori, il Presidente De Laurentiis stenta a considerare il tema quale argomento di trattativa, avendo più volte lo stesso affermato che mai un calciatore indosserà la maglia del Napoli senza aver prima ceduto alla società i diritti d’immagine!

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