I misteri del calcio.

di Valerio Adamo

La passione per il calcio è un argomento che può suscitare i più romantici pensieri, sin da principio parliamo di un sentimento che lega un padre ad un figlio, tutto nasce regalando un pallone nei primi anni di vita, giocando insieme ed associando quindi il mezzo del divertimento, il pallone, ad un momento di strettissima intimità nel rapporto con il genitore nella fase più delicata della propria esistenza.

Con il passare degli anni quel momento di assoluto divertimento in cui la figura del genitore trasmetteva sensazioni di protezione, sicurezza, gioia e intensità del sentimento si trasforma e si evolve parallelamente a quello che è il nostro percorso di crescita, il bambino diventando più grande trasforma il ricordo di un’infanzia felice in un momento di passione propria e affermazione sociale.

Come in tutti gli altri settori, anche nel calcio vale la regola – fai un lavoro che ami e non lavorerai mai – non a caso i migliori, siano essi calciatori, dirigenti o addetti ai lavori, sono contestualmente dei grandi appassionati, perché dove non si arriva con l’etica del lavoro, con il senso del dovere, si arriva per coinvolgimento diretto, per amore di ciò che si fa. Capita a tutti noi nella vita di saper fare qualcosa meglio o semplicemente di non essere attratti da tutto allo stesso modo. Pensiamo per un attimo alla vita di un calciatore senza contare gli zeri del conto in banca: allenamenti tutti i giorni mattina e pomeriggio, palestra, alimentazione rigida, stile di vita sobrio, sempre con i riflettori puntati, ad alcuni potrebbe sembrare il paese dei balocchi ma… solo se lo si fa con amore! Se tutto questo fosse imposto solo come condizioni del lavoro, una persona media impazzirebbe perché inevitabilmente è uno status che coinvolge non soltanto uno specifico orario lavorativo ma l’intera sfera personale comprensiva di vita privata tua e dei tuoi cari.

Ci sono uomini destinati all’eternità, calcisticamente parlando, e si dividono in due categorie: coloro dotati di enorme talento e chi per tutta la vita lavora e si sacrifica solo in funzione del raggiungimento di quell’obiettivo. Chi è dotato di talento deve solo riuscirne a cogliere i frutti, impresa non del tutto banale o scontata per molteplici fattori che possono influenzare e distrarre; i secondi devono disporre di una forza di volontà, una testardaggine e stimoli che vanno oltre l’ordinario. Ma, citando un cantante italiano, uno su mille ce la fa e gli altri 999? Bene, nel calcio costituiscono la forza secondo cui tutto continua a ruotare a questa fortissima velocità coinvolgendo interi paesi, continenti. Si ha la percezione che il tifoso, il fan, l’appassionato sia semplicemente uno spettatore, niente di più sbagliato. Il calcio riesce ad avere incidenza sulla quotidianità della gente solo e soltanto perché siamo noi che cerchiamo calcio nella nostra quotidianità. Sicuramente social e media aiutano e bombardano ulteriormente ma almeno una volta al giorno il tifoso pensa alla sua squadra o al calcio in generale.

Il coinvolgimento emotivo può raggiungere livelli così alti da influenzare gli altri, un’energia così potente da far venire i brividi a chi ti guarda. Chi non sogna sin da bambino di svolgere così tanto bene il proprio compito da tifoso al punto tale da far caricare di energia positiva e adrenalina i propri beniamini? Chi non vorrebbe essere parte del “dodicesimo uomo in campo” che permette alla squadra di trovare la forza per vittorie insperate e imprese ai confini dell’assurdo?

Per me Liverpool-Barcellona 4-0 è tutto questo riassunto in “ You’ll never walk alone”.

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