Idda, di Michela Marzano e i meandri della memoria.

di Laura
Ventimiglia

Avrei potuto parlarvi d’amore, in maniera aperta, con qualche titolo ad effetto, diretto. E invece ho scelto di parlarvene in maniera indiretta, attraverso un tema a me molto caro, quello della memoria, e ho scelto Idda, di Michela Marzano, per spiegarmi meglio.

La dottoressa ha detto che l’unica frase che non scompare mai è “ti amo”; è quella che scelgono i suoi pazienti quando chiede loro di scrivere su un foglio la frase che preferiscono, anche se della propria esistenza non ricordano più nulla. È come se solo l’amore potesse ancora tenerli in vita. 

La madre di Pierre, Annie, ormai anziana, gradualmente sta  perdendo la memoria. Alessandra, compagna di Pierre, nel riordinare pezzi del passato di Annie, nonché la sua casa, fa i conti anche con i propri fantasmi, con il suo desiderio di oblio e con le cose non dette che, lungo il viale del tramonto di un percorso lungo una vita, appaiono come pezzi di un puzzle tutt’altro che inutili, ma che possono fornire senso e significato di esperienze e vissuti a chi resta, a chi cerca dei perché.
Il romanzo di Michela Marzano non è solo un viaggio nelle storie personali dei protagonisti, ma è anche un ricco spunto di riflessione circa il concetto di memoria.
Quante cose sono state dette su questo fenomeno? Quanti studi neuroscientifici hanno approfondito, osservato, scandagliato i suoi labirinti? Quante volte è accaduto di desiderare il favore dell’oblio come antidoto al male incontrato? 

Come funziona la memoria? Perché va e viene come meglio crede? Per tanto tempo ho pensato che di certi ricordi potevo tranquillamente farne a meno, il mio cervello li aveva banditi.

E quante volte, invece, si è desiderato rivivere per sempre, attraverso i ricordi, quel momento che vale una vita intera? 
Ecco che la memoria a volte va, inesorabilmente, spesso invecchiando, e non si può fare nulla per tenerla con sé. Altre volte rimane, e in alcuni casi fa male, e si studiano addirittura tecniche di cancellazione dei ricordi (che, oggi, grazie soprattutto alle avanzate tecniche di neuro-imaging, non sono più un’ipotesi così remota e fantascientifica, anzi!). Ci sono volte, poi, in cui ricordare è l’unica cosa da fare per non impazzire: avere dei momenti felici, in qualche parte del nostro vissuto, ricordarli, può farci riavvicinare a noi stessi e a chi ci ha fatto del bene. Piccole ancore di equilibrio. Piccole certezze di felicità conosciuta e possibile.

Ecco che la memoria, sia nel ricordare che nel dimenticare, può nascondere amore, per sé e per gli altri.

Ci sono i non detti che avvelenano la vita. Può darsi sia colpa della memoria. Ma forse la memoria cerca solo di rettificare le cose, persino quando è tardi, e nulla riesce più a rendere giustizia alle vittime dell’esistenza. La memoria appare e scompare. […] Ma se l’oblio copre tutto, penso, forse è causa di qualcosa che è successo, che si è rotto, qualcosa che si è taciuto quando invece si sarebbe dovuto urlare, e allora pure i ricordi più belli finiscono con l’essere sepolti.

Che sia più vantaggioso conservare o rimuovere buoni e cattivi ricordi, detto e non detto, io questo non so dirvelo. Quello che so è che c’è una poesia alla quale posso rimandare per cercare di esporre quanto di più vicino possa esserci al mio pensiero. 
E, dato che oggi è la festa di San Valentino, è con questo piccolo presente che concludo il mio post di questo mese.

Buona festa degli innamorati, e buona lettura.

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale! Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.Infinita letizia della mente candida! Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.
How happy is the blameless vestal’s lot!The world forgetting, by the world forgot. Eternal sunshine of the spotless mind! Each pray’r accepted, and each wish resign’d.

(da Eloisa to Abelard, v. 207, di Alexander Pope; citato in Se mi lasci ti cancello)


Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: