Il calcio per abbattere i propri limiti

di Valerio Adamo

Tempo di lettura: 3 minuti

Nella mentalità comune, il calcio ha mutato la sua natura negli anni. Dalle generazioni nate durante le guerre era considerato un mero momento di svago, qualora le condizioni circostanti lo consentissero, a prescindere dagli orrori che le guerre portarono nella quotidianità dei nostri avi, non vi erano sicuramente tutti questi mezzi di informazione che ci consentono di rimanere aggiornati in diretta sugli avvenimenti dello sport e che h24 ci permettono di soddisfare qualunque tipo di curiosità scavando, magari, anche all’interno della vita privata dei calciatori.
La radio, i giornali e la televisione hanno portato nel mondo il verbo calcistico reclutando a grandi numeri appassionati e tifosi. Già in questo aspetto troviamo il primo livello evolutivo, il calcio entra nella vita della gente, gradualmente sempre di più. Impossibile pensare a quali possano essere i risvolti negativi di quest’espansione a macchia d’olio dello sport più amato al mondo. Continua così, con una forza spaventosa dagli anni ’80 in poi in particolar modo, a diventare, il calcio, non solo lo sport mondiale per eccellenza ma un fattore economico determinante, motivo per cui i giovani dei tempi cominciano a pensare ad esso non solo come il miglior hobby, come attività sportiva, come fede calcistica ma come viatico per il successo.

Questo nodo rappresenta in piccolo tutta la vulnerabilità dell’uomo arrivista che perde di vista l’obiettivo aggregativo e allenante di questo sport per lasciar posto alla fama, al successo, al denaro. Diventa così, la prova che il troppo esalta sempre i lati negativi di ogni cosa, oggi siamo arrivati ad intendere dalle categorie dilettantistiche a noi più facilmente accessibili, alle categorie della casta dei potenti, questo magnifico sport come il mezzo più facile per “ripulire” soldi di natura non sempre onesta. Si sentono cifre spaventose che poco hanno a che fare con degli atleti che riescono in prodezze che pochi riescono ad emulare nel mondo, consentendo giochi di potere e di bilancio che portano il marcio ad entrare di diritto  nel cuore del pallone. Ancor più grave è l’illusione diffusa che sia a portata di tutti quando, in realtà, non per forza emerge il più bravo, ma, tramite le figure dei procuratori e degli intermediari, spesso arrivano in fondo coloro che finanziano di più, in fase embrionale, i progetti.

Ma come può tutto questo appartenerci? Come può tutto questo renderci vicini ad un qualcosa che potremo vedere sempre ad un palmo da noi ma di cui non potremo mai farne parte?

La mia visione cerca di elevare l’appassionato medio ad una figura da interporre tra il fanatico e l’avvoltoio che su di lui vuole arricchirsi. Ci sono emozioni suscitate dalla palla che finisce in rete che niente può restituire, perciò perché privarsene? Il campo da calcio può essere un campo di battaglia, in cui sfidare gli avversari, in cui devono esserci dei vincitori e dei vinti, non solo dal punto di vista del risultato. Ma se noi, pensassimo al rettangolo di gioco come l’arena in cui abbattere i nostri limiti? Perché devo vedere solo nell’avversario un limite, perché non sfido me stesso a fare di più, in modo tale da poter portare con me questo modus operandi nella vita e non soltanto nello sport? I limiti sono tali in quanto barriere che non ci consentono di andare oltre, ma solo perché noi stessi ci poniamo questi limiti così nella vita quanto nel calcio: le scuse, le attenuanti, sono soltanto dei raggiri presentati in bella forma dalla nostra pigrizia, dalla nostra voglia di ricercare il facile, il veloce, il sicuro. Io ho imparato a vivere così il calcio e sto riscontrando miglioramenti nello sport tanto nella mia quotidianità, spero che così possa essere per tutti i comuni mortali che come me possono vivere il calcio solo da spettatori, spesso “eccessivamente” paganti.

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