Il diario di Q. 26-05-2018

La pornografia (dal greco πόρνη, porne, “prostituta” e γραφή, graphè, “disegno” e “scritto, documento” e quindi letteralmente “scrivere riguardo” o “disegnare” prostitute) è la raffigurazione esplicita di soggetti erotici e sessuali effettuata in diverse forme: letteraria, pittorica, cinematografica e fotografica.

Questa la definizione di Wikipedia se cerco la parola pornografia.

Adesso faccio finta che nessunə di voi abbia mai visto un porno e ne parliamo un  attimo.
Il porno mainstream gioca un ruolo fondamentale nella vita quotidiana di tuttɜ, stereotipando e mistificando non solo l’atto sessuale, ma anche la percezione dei nostri corpi. Gli attori sono muscolosi, dotati e dominanti; le attrici formose ma magre, depilate, sempre disponibili: un’accozzaglia di caratteri che genera un copione ripetitivo, costruito su fantasie maschili e di stampo maschilista (e da questo punto di vista non si salvano neanche i porno gay e lesbo mainstream). Inoltre, tuttɜ siamo abituatɜ a pensare al nostro momento porno chiusɜ nella nostra camera, con una confezione di Kleenex al nostro fianco, prontɜ a ripulire le tracce del reato. Vi dico, invece, che non sempre è così.

Mi sono stupitə di come sia possibile guardare il porno in compagnia. No, non pensate a quelle esperienze adolescenziali di masturbazione di gruppo. Parlo di un festival, l’Hacker Porn Film Festival, quest’anno alla sua seconda edizione a Roma. L’HPFF è un festival di porno alternativo, o queer, genere diametralmente differente dal porno mainstream sia per intenti che per tematiche trattate.

Forse vi chiederete come, ed io sono qui per rispondere alle vostre domande.

Il miglior cortometraggio internazionale premiato è stato Full, lavoro del collettivo newyorkese AORTA, che porta in scena due persone dai corpi abbondanti ed estremamente formosi, una delle quali FtM (female to male). “È l’unico corpo che ho e devo usarlo per qualcosa che mi da piacere, altrimenti che senso ha?”, dice unə deɜ protagonistɜ (il neutro è d’obbligo data l’estrema queerness deə due). L’utilizzo, per un momento di SM (Sado/Maso) soft, dei guanti che si usano solitamente per desquamare il pesce, poi, è stato un tocco di classe: se non si usa un po’ di fantasia difficilmente si riesce a trasformare un oggetto di uso quotidiano in uno strumento adatto a dare o ricevere piacere sessuale.

The 36 years old virgin, invece, è stato premiato come miglior documentario. Skyler è un uomo FtM che è ancora “fisicamente” vergine, cioè non è mai stato penetrato. Il documentario si snoda tra le interviste di Skyler ad altrɜ personaggɜ di diverso genere ed orientamento sessuale riguardo le loro sensazioni durante i rapporti sessuali, soprattutto di tipo penetrativo, e riguardo le loro prime esperienze, ed il suo tentativo di riuscire finalmente ad avere un rapport penetrative (cosa che per la maggior parte delle persone è un’esperienza banale) con un uomo da lui scelto. La nudità, in questo caso, non è soltanto fisica: entrano in gioco tutte le paure e le insicurezze di una persona, la sua totale nudità di fronte alla  telecamera. Più porno di così!

“I wanna be your blowjob queen!” è, invece, a mio parere, il momento topico di Flower, cortometraggio di Matt Lambert. Film a tematica gay maschile, in cui il porno assume caratteristiche diverse da quelle descritte finora: cinque uomini, una casa, corpi nudi e risate.  La frase di cui sopra viene pronunciata cantando ed usando un pene come un microfono durante una scena di sesso orale. Tra fotografia e musiche delicate, anche il sesso di gruppo assume caratteristiche e forme assolutamente diverse da quelle dell’orgia che comunemente immaginiamo. Non si tratta di sesso animalesco, ma delicato; non si tratta di necessità dell’orgasmo, ma piacere nel chiacchierare, ridere tra amici e giocare con il proprio pene e quello degli altri.

In definitiva, mi sono trovato ad assistere ad un genere di porno che scardina l’usuale concezione del corpo e del sesso, entrambi trattati a mio parere in modo estremamente più realistico, e quindi più autentico.

E vedere tutto ciò sul soffitto sdraiatə sul pavimento, strettə ad altre persone, o seduto in un locale sorseggiando una birra, può essere davvero un’esperienza da fare. Non solo per vedere del porno in compagnia, quanto per cambiare, e magari finalmente liberarsi di quella maschera proibizionista che portiamo tuttɜ, indistintamente.

Magari anche per accorgerci che la bellezza, così come la volgarità, stanno negli occhi di chi guarda, non solo da spettatore, ma anche da regista, produttorə e attorə di film porno. Che molti dei problemi riguardanti il safe sex, non solo a livello di salute fisica, ma anche relazionale, possono anche dipendere dai messaggi veicolati dall’industria del sesso che riduce l’essere uomo ad un pene, e l’essere donna ad oggetto che deve soddisfare le voglie dell’uomo.  Che il sesso, fatto o guardato, può essere un mezzo per entrare in relazione con se stessɜ e con ɜ altrɜ, senza la necessità di caricarlo di significati amorosi, o ridurlo a vile veicolo per soddisfare bisogni istintivi.

Ciò che penso è che il sesso può essere un modo di creare un contatto autentico tra le persone, spogliato del linguaggio verbale, troppo spesso cerebrale e formalizzato, e che attinge a corde più profonde: quelle del desiderio e dell’intimità di ognunə. E che quindi liberarsi della concezione sporca e puramente privata del sesso possa rivoluzionare i rapporti tra le persone, portandoli ad un livello di coscienza diverso, livello in cui non è necessario essere necessariamente Rocco Siffredi o Valentina Nappi per far sesso in maniera soddisfacente, ma basta davvero essere se stessɜ.

                                                                                                                                                           Q.

HPFF

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