Il diario di Q. 27-10-2018

Normalità s. f. [der. di normale]. – Carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali, ecc.) più generali. In senso più astratto, condizione o situazione normale.

La normalità mi dà i brividi. Questo concetto così sfumato, sfuggente, eppure così permeante la nostra vita quotidiana. Un concetto che è anche così difficile da definire, arbitrario perché fa capo alla nostra percezione della realtà, a sua volta influenzata dalla nostra cultura e dalle nostre convinzioni.
Nella nostra cultura è normale essere eterosessuali e cis-genere. Tutto ciò che non lo è non è normale.
Le persone omo-, bi-, pan- sessuali non sono normali. Perché? Pare che statisticamente la norma, la media, chiamatela pure come volete quell’area sotto la Gaussiana che sta tra il quinto ed il novantacinquesimo percentile, sia eterosessuale.
Le persone trans(-sessuali o –gender): anche loro non fanno parte della normalità.

Quindi, in questi casi succede di fare coming out, espressione breve che viene dall’inglese, che per esteso sarebbe “coming out of the closet”, “venire fuori dall’armadio”. Insomma, perdìo, dovete in qualche modo distinguermi da quelli normali, altrimenti mica vi riconosciamo! Così dopo possiamo anche catalogarvi, studiarvi, e darvi delle regolette da seguire. Mica qui (sulla Terra, ndr) si gioca e potete fare quello che volete.

Ho sempre pensato che in quell’armadio mi ci fossi ficcatǝ da solǝ, perché era giusto quello che avrebbe potuto essere il mio posto. Perché non ero normale. Non ero parte della “maggioranza”, del branco, non detenevo alcun potere se non quello di autocommiserarmi, reprimermi, e se mi fosse andata bene, avere qualche amicǝ e la mia famiglia ad accettarmi per ciò che ero. Non avrei potuto aspirare a nulla di più.
Ahimé sono cresciutǝ. O forse, ahiloro.

Non penso sia piacevole per nessunǝ stare nascostǝ dentro un armadio. Uno spazio angusto, stretto, dove passa a stento l’aria, e se ti va bene e sei statǝ previdente, è pure una dispensa e ci puoi sopravvivere per un po’ grazie allo scatolame (le magnifiche illusioni che costruiamo nella nostra mente) che ci sta dentro. Prima o poi inizi a sentirti soffocare, manca l’aria, lo scatolame sta finendo. L’adrenalina, magnifico e potente ormone e neurotrasmettitore, inizia a fare il suo lavoro: “fight or fly”, letteralmente “combatti o fuggi”; sono queste le alternative.
La pressione sale e, con essa, monta anche la rabbia. E lo so la rabbia non è un sentimento costruttivo né piacevole da gestire o da ricevere, ma è comunque un sentimento, e come tale va assecondato ed espresso. Perché ci può insegnare tantissimo su noi stessɜ.

Sia che decidi di combattere che di fuggire, le ante di quell’armadio devono essere aperte. Ancora oggi, ahimé. E quello che ho capito troppo tardi è che non ci sono entratǝ io. O meglio, sì, mi son messǝ, ma qualcunǝ mi ci ha accompagnatǝ, ha aperto le ante e mi ha anestetizzatǝ a tal punto da non farmi rendere conto di esserci finitǝ dentro.

In quell’armadio mi ci ha messǝ la famiglia, pensando che se avevo voglia di giocare mettendo i tacchi di mamma o la cravatta di papà sicuramente sarei cresciutǝ omosessuale.
Mi ci ha messo la scuola, non insegnandomi nulla riguardo affettività e sessualità, dando per scontato che l’educazione sia solo assegnare delle pagine da studiare e fare un compito a sorpresa per punire le marachelle della classe intera.
Mi ci hanno messo “ɜ mieɜ amicɜ” quando hanno iniziato a prendere in giro il mio compagno di classe effeminato e la ragazza dell’ultima fila che sembrava uno scaricatore di porto. Personalità troppo evidenti ed anormali, anomale, che devono subito essere riportate nel recinto della normalità.
Mi ci ha messo ǝ miǝ capǝ a lavoro, quando ha fatto la battuta su “quella checca isterica che…”.

Tuttɜ loro mi hanno condotto a quell’armadio, in maniera subdola e manipolatrice, e mi hanno gentilmente suggerito di restare lì dentro se voglio avere una vita senza problemi, più facile. Perché tanto sono loro ad avere il potere ed io sarei statǝ troppo debole per sopportare le loro battute, i loro insulti, i loro pugni, i calci, i soprusi e tutto il resto.

Fare coming out, quindi, è diventato un atto politico eversivo. Stai venendo fuori da quell’armadio. Stai dicendo a gran voce che in un armadio non si respira, e che non te ne frega niente se avrai dei problemi, ché tanto, in quell’armadio, di problemi ce ne sono già troppi: primo fra tutti, vero peccato originale, il non poter essere se stessɜ.
Poi come me c’è chi ci prende gusto e invece, dopo ben dieci anni dal mio coming out ufficiale, sono qui a farne degli altri. A fare coming out da femminista, da non-monogamǝ, da antifascista. Coming out da tutto ciò che mi vuole incatenato e complice di una normalità asfissiante, piatta, anonima ed opprimente.
Fare coming out oggi è veramente necessario per far capire al mondo che gli armadi sono comodi solo a chi ci tiene a tenerci tuttɜ buonɜ e mansuetɜ, tuttɜ uguali, con gli stessi desideri e le stesse aspirazioni. Per scongiurare il pericolo di mangiare ancora una volta, dopo Eva, il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, perché questo ci renderebbe davvero liberɜ. E chi è liberǝ non sta più al guinzaglio di nessunǝ.
Poi succede che risulti pesante, politically correct, pesante, buonista col rolex, pesante, radical chic, pesante (l’ho già detto?).
Sì, perché mica ti puoi mettere a problematizzare ogni concetto che qualcun altrǝ esprime anche se è problematico! È una battuta, no? E fattela una risata!

Ecco, voglio dire a tuttɜ quellɜ che mi invitano a ridere, che di norma lo faccio, ma non con quella roba lì. E anche che qualcuno canta: “Se ridi ti si chiudono gli occhi,/ai dittatori infatti piace scherzare./Di notte ogni macchina è uguale,/la muffa può sembrare caviale…”.
Ridere sì, chiudere gli occhi no. Non adesso, non è il momento.

Q.

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: