Il diario di Q. 28-07-2018

Amore, che gran casino.
Ma siamo sicurɜ del fatto che stiamo parlando proprio di amore?

Se chiedessi ad ognunǝ di voi cos’è questa entità astratta di cui si parla fin dalla notte dei tempi, non dubito che scavando abbastanza a fondo mi dareste delle risposte almeno un po’ diverse da quelle di qualcunǝ altrǝ, perché desideriamo tuttɜ delle cose un po’ diverse e magari in diverse combinazioni.
Se, invece, chiedessi quale sia la finalità dell’amore, allora quelle diversità tenderebbero ad appianarsi, con risposte che sarebbero tutte più o meno simili, e legate al concetto di coppia. Spesso monogama, esclusiva sia dal punto di vista sentimentale che sessuale. In cui la condivisione che ci si promette è sempre e solo a due, tagliando fuori il resto della popolazione mondiale.

E come è possibile ciò?

Monogamia, esclusività sessuale e sentimentale, sono concetti profondamente radicati nella nostra cultura, e spesso pensiamo di essere consapevolɜ, o meglio, estremamente conscɜ del fatto che desideriamo proprio quello. Quando entriamo in una relazione così decidiamo consapevolmente di escludere, reprimere ed osteggiare qualsiasi desiderio che non sia rivolto alǝ nostrǝ partner. Desiderio sessuale, sentimentale, affettivo, progettuale. Altrimenti tradiamo quella supposta fiducia che è stata riposta in noi, come se avessimo stipulato una sorta di tacito contratto tra due persone che ineluttabilmente ci chiude.

ɜ nostrɜ partner devono farsi carico delle nostre insicurezze che si esprimono attraverso quel sentimento ombrello che ha il nome di gelosia. Che, portandolo alla superficie, spesso poi trova un altro nome: paura dell’abbandono, paura di sentirsi inadeguatɜ, paura di non sentirsi abbastanza, paura di essere sostituitɜ, paura della perdita, paura di non essere come ɜ nostrɜ amicɜ, che alla nostra età, invece, hanno “coronato il sogno” di una cosiddetta realizzazione personale attraverso un matrimonio, deɜ bambinɜ, e quindi di una vita “normale”.

E se, invece, vi dicessi, che esistono infiniti modi di vivere le relazioni, in virtù del fatto che sul pianeta Terra esistono circa 7 miliardi di persone? In maniera, poi, estremamente etica e felice per tutte le persone coinvolte in queste relazioni: mi credereste? Mi credereste se vi dicessi che si possono amare più persone nello stesso momento?
Se penso che ogni persona che incontro è diversa, ed ognuna ha pregi e difetti diversi, caratteristiche fisiche o caratteriali diverse, vi dico di sì.

Vi faccio un esempio.
Oggi io sto con X. Io ed X abbiamo una relazione con una progettualità, una sessualità soddisfacente e siamo entrambɜ felici.
X domani, casualmente o meno, incontra Y, che stimola in X un desiderio, sessuale e/o sentimentale. X ha, a questo punto, due possibilità: assecondare quel “contratto” di cui sopra, reprimendo quel desiderio in virtù del fatto che ipoteticamente a me potrebbe dar fastidio, scatenare una gelosia incontrollabile, sapere che ha dei desideri che sono per qualcunǝ che non sia io; oppure viverlo, per trovare, magari, in Y, una notte di sesso, un’amicizia, un sentimento forte, un affetto, un’altra relazione. Fa paura pensare che la persona che amiamo e che pensiamo avremo come compagna di un cammino più o meno lungo possa trovare qualcosa in qualcunǝ altrǝ.
Pensandoci bene, ǝ miǝ partner potrebbe assecondare quel desiderio nascondendomi il tutto ed avendo due vite parallele. Finché quelle due parallele non si incontrano (chi ha detto che due rette parallele si incontrano solo all’infinito ha detto proprio una cazzata, eh!), una o entrambe le persone si fanno male, e si distrugge automaticamente tutto: fiducia, sentimenti, speranze e desideri.

Se, invece, partiamo dalla concezione di amore come desiderio di “essere testimonǝ di un’altra esistenza” (forse non mi leggerai mai, ma questa cosa che hai detto mi ha proprio lasciato un segno indelebile dentro!), non potrò che essere felice quando vedo ǝ miǝ partner felice.
Non potrò non accogliere X con un abbraccio se è andatǝ ad un appuntamento con Y, e mi sarà molto difficile non chiedere cosa lo attrae tanto in Y.
Per come sono fattǝ sarò curiosissimǝ di conoscere Y (ovviamente con il suo consenso), e magari scoprire che è una splendida persona, che non ha intenzione di distruggere il rapporto che abbiamo io ed X, ma rispettarlo e prendersene cura, come io mi prenderò cura e rispetterò il suo rapporto con X. Perché spero che il desiderio che X sia felice spero accomuni sia me che Y. Ed una persona non esclude l’altra.
Potrebbe anche succedere che anche io mi innamori di Y, e che Y si innamori di me. Una “troppia” (in gergo poliamoroso “triade”)? Perché no, se tuttɜ abbiamo lo stesso desiderio di stare insieme, gli stessi ideali di vita, la stessa cura reciproca?
Oppure Y potrebbe già avere unǝ o più compagnɜ. E con il tempo lɜ conosco pure. E sentiamo tuttɜ assieme (io, X, Y e anche ɜ compagnɜ di Y) delle affinità, che ci portano a pensare di poter condividere della strada tuttɜ insieme (una “polecola”), con degli incastri tutti propri tra i vari atomi che la compongono, ma degli ideali e degli obiettivi in comune. E che quindi possono portare ad avere vantaggi inestimabili ed una scorta infinita di attenzioni, cure, affetti.

Quello che intendo dire è che se un filo rosso tra me ed X esiste per davvero, non sarà un incontro, una notte di sesso, un altro affetto a spezzare quel filo.

In una società che ci abitua al risparmio delle “risorse”, alla fame, alla proprietà ed al possesso anche nelle relazioni, al fatto che se io perdessi ǝ miǝ partner dovrei iniziare a sgomitare in mezzo alla folla per trovare un’altra “persona giusta”, questo penso sia il vero modo per non soffrire la fame.

Quindi, ad avere un tesoro, penso sia bene metterlo in mezzo ed aprirmi, lasciare spazio a tavola ad altrɜ che portano con sé il proprio tesoro che è la loro stessa esistenza, e lo mettono sulla stessa tavola, prontɜ a condividere quell’abbondanza che improvvisamente ci si può trovare a vivere.

Q.

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