Il Diario di Q. 28.09.2019

di Michele Dello Spedale Venti

Tempo di lettura: 3 minuti

28.09.2019

Sì, lo so, non mi sentite da mesi e forse non avete sentito la mia mancanza.
Ma eccomi di nuovo qui, a imbrattare le pagine del mio diario, a scrivere di etichette e identità.

La domanda da cui parto è: chi sono? Potrei partire dall’elencare le mie caratteristiche fisiche, il mio sesso biologico, il mio genere, il mio orientamento sessuale, dirvi che lavoro faccio, quali sono i miei ideali e in cosa credo. Sarebbe questa la mia identità?

Mi succede spesso, per veicolare in maniera veloce chi sono davanti a unə sconosciutə, di iniziare ad attaccarmi addosso etichette e definizioni. Per esempio «Ciao, sono Q e sono non-monogamə». Così riesco a far sfumare quasi tutti i miei appuntamenti. E quei pochi che restano, di solito, lo fanno giusto per il tempo di rendersi conto di quanto io sia una specie di rottura di balle ambulante per quanto mi spenda a cercare di spiegarmi e rendermi comprensibile all’esterno. Spesso non riuscendoci quasi per niente. Sembra di mettere le mani avanti su tutta una serie di questioni. E non dico che non sia così.

D’altro canto mi sentirei male a dover dare spiegazioni per ogni singola cosa, dato che se non dici chi sei, viene dato per scontato che tu sia esattamente “nella norma”. Pura questione di coming out: se non ti definisci, sei esattamente come il sistema vuole che tu sia. La cosa divertente è anche che poi viene detto: «Eh, ma mica cambia qualcosa se ti definisci diversə, anzi, smetti pure di ostentare questa cosa che mi infastidisce!». Come se la norma non venisse ostentata tutti i giorni davanti i tuoi occhi, sempre pronta a ricordarti quanto tu sia diversə, sbagliatə, o quantomeno non sei contemplatə nelle possibilità dell’esistenza. Un outsider, insomma.

E cosa succede quando ciò che ho appena descritto avviene a livello politico?

Intendo dire, cosa succede quando un gruppo politico (non intendo i partiti, parlo di politica dal basso) inizia ad attaccarsi delle etichette e lotta solo e soltanto per quello che lo definisce? Nella mia testa diventa settarismo: esiste un solo problema (quello che sto affrontando io), che di solito è più grave degli altri (leggi alla voce “benaltrismo”).

Perché siamo così legatɜ alla nostra identità? O meglio ancora, cos’è per noi?

Non trovo strano pensare che i problemi di unə possano essere anche i miei: e attenzione, l’ho messa sul piano razionale, ma se andassimo più a fondo potrei dire «Non trovo strano sentire che la sofferenza di qualcunə sia come la mia sofferenza». Indipendentemente dalla causa, la sensazione è la stessa.

Io soffro.
Tu soffri.
Noi soffriamo.
Per cause differenti, ma l’effetto è lo stesso. 

Perché è così difficile arrivare a questa conclusione? 

Temiamo per caso che la sofferenza altrui possa cancellare la nostra, e quindi tutto quello che in quel momento ci fa sentire “speciali”? E quindi iniziamo a competere sulle sofferenze per sentirci più speciali deɜ altrɜ?
Perché non far convergere le sofferenze e lottare assieme per liberarsene una volta per tutte?
Egoismo? Egocentrismo? Individualismo sfrenato?

Non lo so. Quello che so è che temo sia soltanto una pratica inutile.

Difendere una causa, lasciando che sia soltanto quella causa a definire la mia identità credo svilisca il concetto stesso di lotta. 

Preferisco dissolvermi e allo stesso tempo ritrovare un pezzo di me in ogni altrə che incontro e che può rimandarmi un pezzo di me diverso.

Perché, non so se vi siete mai accortɜ, che quella cosa lì, l’identità, spesso ce la costruiamo anche attraverso i rimandi che ci danno ɜ altrɜ su di noi.

Leggi qui gli altri articoli di Michele: Il diario di Q.

Foto copertina di Mauro Biani.

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