Il diario di Q. 29/09/18

29.09.2018

“Se indovini chi mi sono scopato l’altra sera, ti faccio scopare mia sorella!”. Questo magnifico exploit è, ahimè, arrivato alle mie orecchie qualche giorno fa. Fatto sta che sono rimastə interdettə nel sentirlo.

Andando al di là dell’affermazione, che può anche non riflettere un dato di realtà, questa lascia emergere una mentalità che affonda le proprie radici più in profondità. Cedere una persona qualunque (sua sorella, sua madre, o chi per loro) come se fossero il premio di una lotteria, come se questa fosse di sua proprietà ed il suo consenso non fosse contemplato.

Questa è solo una delle innumerevoli espressioni che posso menzionare, ma l’elenco in realtà sarebbe molto lungo e sfiancante materialmente ed emotivamente. Si tratta di parole, è vero, spesso dette con noncuranza ed estrema facilità: ma le parole sono performative, e, volentɜ o nolentɜ, plasmano la realtà.

“La prima operazione da compiere, rispetto ad ogni stereotipo, e quindi anche agli stereotipi di genere che tendono a diventare automatismi, è quella di farli emergere, di acquisirne consapevolezza, di riconoscerli, perché solo così possiamo evitare di lasciarci condizionare. Posto che nessuno di questi va considerato come <<naturale>>, l’impegno a decostruirli e disarticolarli non è un intervento artificioso.” [1]. Così Graziella Priulla, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, scrive sul suo saggio “Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo.”

Ad esempio, perché il modo più comune per screditare ed insultare una donna è quello di darle della “puttana”, della “troia”, della “zoccola”? E perché, soprattutto, non esistono termini analoghi per definire un uomo e screditarlo allo stesso modo? Esempio lampante questo, come molti altri, di come la cultura machista e patriarcale controlli i corpi ed i comportamenti delle donne, limitandone l’utilizzo del proprio corpo, pena la gogna pubblica da parte non solo di altri uomini, ma, e questa è una nota molto dolente, delle altre donne che in questo modo riaffermano ulteriormente la cultura oppressiva.

Come le donne, così anche le identità non-binarie sono soggette a questo genere di potere. Quando un altro uomo è definito “Frocio!”, non ci si riferisce soltanto al suo orientamento sessuale, bensì al suo non essere capace di performare un atteggiamento, un comportamento, una maschilità ritenuta erroneamente propria del “maschio-alfa”. Il genere, quindi, come continua performance di uno stereotipo, che pende su tuttɜ come una spada di Damocle e che da carnefice può rendere vittima chiunque.

“Se alla lingua è riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione sociale della realtà, lo stesso ruolo è riconosciuto alla costruzione dell’identità di genere: è necessario quindi che la lingua diventi rispettosa di entrambi i generi, senza privilegiare il maschile, né insistere nel tramandare pregiudizi negativi nei confronti delle donne.”[1].

Quindi, anche la dimensione linguistica è un ulteriore campo su cui si gioca la partita di chi detiene il potere e, attraverso il linguaggio, mantiene quell’ordine gerarchico pre-stabilito. È anche in questo modo che un oppresso può diventare a sua volta oppressore: come le donne che si screditano tra di loro allo stesso modo in cui le screditano gli uomini; così come gli omosessuali, che si denigrano definendosi tra di loro checche isteriche.

È interessante notare come in queste espressioni la carica di aggressività e violenza siano altamente sessualizzate. E sono proprio questi gli strumenti di cui si serve il potere, che ha fatto in modo che queste espressioni, prima relegate ad un registro linguistico riservato alle chiacchiere da bar, siano entrate a far parte anche del registro linguistico degli spazi istituzionali (e le cariche istituzionali nazionali ne danno sfoggio quotidianamente) affermando continuamente la “norma” violenta e sessualizzata.

È in questo modo che il patriarcato irretisce tuttɜ, si riproduce attraverso il linguaggio, e divide, creando guerre tra poveri da cui nessuno esce vincitore.

L’unica strada rimastaci è quindi quella dell’eversione, scardinando anche questa norma linguistica. Un esempio è quello di un certo attivismo queer (che nel mondo anglofono vuol dire letteralmente “frocio”), che riappropriandosi del termine, fa della parola di oppressione una espressione di liberazione.

I latini dicevano, gutta cavat lapidem.

Q.

WhatsApp Image 2018-09-29 at 16.30.05

[1] Graziella Priulla, Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo. Editore “Lo scellino”, 2014.

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: